Innovating innovation, si passa all’azione
Lunedì 12 Marzo 2012 15:34
Scritto da Luca Escoffier, Ceo Usque Ad Sidera Llc
Tags: crowd-sourcing | easy access IP | Innovazione | Networking | patent | technology
Anche in Italia nasce un progetto per dare nuovo valore ai brevetti che possono essere più facilmente accessibili e condivisi Una piccola premessa. “
Prendiamo l’esempio del Giappone, un Paese in cui l’intellectual property si studia alle elementari. In questo Paese esiste un portale, chiamato J-Store, che contiene le schede di moltissimi trovati concepiti da Università e centri di ricerca giapponesi. A oggi, ne ho contati circa 12mila. Non male se si pensa che i brevetti italiani delle più attive Università e centri di ricerca italiani si aggirano intorno ai 2500. “Ma il sistema funziona in Giappone?”. Certo, basta vedere le statistiche. “Ma è replicabile in Italia?”. Certo. Basta avere sei mesi di tempo, un team di almeno cinque persone e un buon programmatore web”.
Così terminava il primo articolo (apparso su Innov’azione numero 14, ndr) dedicato al mondo del trasferimento tecnologico e della conoscenza e alle necessarie modifiche che dovrebbero essere apportate affinché questa pratica diventi sempre più diffusa. Sono passati circa sei mesi da quel momento e qualcosa è cambiato. Il maggior problema incontrato da università, centri di ricerca e IP brokers è vecchio come la scoperta dell’acqua calda: la difficoltà pratica di raggiungere la giusta audience, le aziende potenzialmente interessate a licenziare o comprare la proprietà intellettuale generata dai ricercatori. La soluzione è tanto semplice da pensare quanto difficile da attuare: creare un canale efficace fra ricerca e industria. Bene, questi due mondi (ricerca e industria) hanno finalmente modo di comunicare in maniera efficace e reale. Tutto cominciò nel settembre del 2010 con un incontro presso la sede di Federmanager a Milano. Mi sembra comunque doveroso riportare un dato che ho acquisito direttamente dai responsabili dell’“IP acquisition” di alcune aziende nipponiche. Anche grandi realtà industriali sono a corto di liquidità per ampliare il loro portfolio brevettuale o non ne hanno bisogno poiché già in possesso di IP (in eccesso), che spesso non viene utilizzata, neanche a scopo difensivo.
Cos’è il networking tecnologico, cos’è il Progetto Innovazione e cosa fa per per promuovere l’innovazione?
Al giorno d’oggi sembra essere indispensabile essere in grado di praticare quello che si chiama networking tecnologico. Cosa si vuole indicare con questo termine? Probabilmente dovremmo poter definire networking tecnologico la capacità di ottenere risultati attraverso la collaborazione con università e centri di ricerca. La ricerca industriale, infatti, non ha lo scopo di creare scienza e tecnologia! I suoi addetti devono essere capaci di trovarla e acquisirla ovunque essa sia più sviluppata e disponibile alle migliori condizioni negoziali per applicarla ai prodotti e processi della propria impresa. Si capisce come questa capacità di fare networking tecnologico, quindi, richieda risorse umane e talenti particolari. Il networking tecnologico, per essere praticato efficacemente, richiede la disponibilità di informazioni in tempi strettissimi. Ciò è consentito, per nostra fortuna, dall’esistenza di database contenenti le tecnologie disponibili che vengono aggiornati in tempo (quasi) reale e disponibili on line. Non è utile dilungarsi su di essi in questa sede per motivi di spazio e perché essi sono trattati diffusamente nel precedente articolo sullo stesso tema. Serve invece rimarcare che è necessaria una capacità di consultazione, di analisi, di selezione e di instaurazione susseguente di contatti diretti con i centri proprietari della tecnologia di interesse, da parte di persone esperte, che raramente sono presenti, specie nelle piccole e media imprese.
Le imprese che hanno capito e anticipato questi cambiamenti si sono organizzate allo scopo procurandosi le risorse umane preparate a svolgere questi compiti, oppure hanno selezionato le risorse necessarie, all’esterno della loro organizzazione.
Queste imprese continuano ad avere successo sui mercati e a crescere. Fra di esse vi sono, oltre alle poche grandi imprese, anche eccellenti Pmi italiane. Purtroppo, però, esse sono ancora troppo poche perché abbiano un impatto positivo sull’economia industriale del nostro paese. Per concludere, è opportuno chiarire che gli aspetti legati alla globalizzazione e quelli, conseguenti, correlati alla necessità di saper utilizzare lo strumento del networking tecnologico modificano radicalmente l’organizzazione aziendale e proiettano in una luce molto più “propositiva” nei confronti dell’imprenditore i ruoli e le funzioni del management di formazione tecnica e dei loro collaboratori. Sarebbe troppo lungo entrare nel merito di queste implicazioni organizzative ora. Leggendo queste osservazioni è possibile notare come le risorse finanziarie insite nel cambiamento strategico legato alla globalizzazione e al networking tecnologico non siano menzionate. E’ chiaro che queste risorse finanziarie siano necessarie, come altrettanto necessarie sono le priorità da dare in termini politici e territoriali. In ambito Aldai (Associazione lombarda dirigenti aziende industriali), già dal 2004 è stato costituito un gruppo di lavoro denominato Progetto innovazione, che ha come obiettivo quello di favorire la generazione di processi innovativi all’interno delle imprese. Questo gruppo è al suo ottavo anno di attività e i risultati più rilevanti conseguiti sono consultabili online all’indirizzo http://www.federmanager.it/innovazione. Il Progetto innovazione negli ultimi cinque anni ha offerto corsi di formazione manageriale a dirigenti e imprenditori di circa cento imprese del territorio, con un numero crescente di partecipanti che ha raggiunto la cifra totale di oltre trecento. Questi corsi (sia in aula, sia in azienda), proseguiranno nei prossimi anni aumentando l’offerta formativa. Infine, è utile menzionare la pubblicazione del libro dal titolo ‘Dirigere l’innovazione’, edito da Egea, alla cui stesura hanno collaborato sei dirigenti facenti parte del gruppo di lavoro. Oltre agli aspetti organizzativi e gestionali, questo libro riporta “Casi eccellenti di imprese di successo” mostrando i motivi che le hanno condotte a tale risultato.
Il ruolo dei creatori di idee e dei fruitori secondo il Progetto innovazione
A seguito della riunione di Milano, in cui ho avuto modo di incontrare gli artefici del Progetto innovazione, uno dei quali, Marcello Puccini, ha contribuito alla redazione di questo articolo, ha avuto luogo un fittissimo scambio di opinioni e idee per poter dar luce a un progetto nel progetto: la creazione di un canale diretto fra coloro che generano le idee e coloro che ne potrebbero beneficiare nei loro processi produttivi e servizi. Così, dopo molte conversazioni, incontri e scambi di e-mail, da gennaio 2012 il Progetto innovazione, in seno ad Aldai, promuoverà un’iniziativa voluta da Usque Ad sidera Llc (IP broker di Seattle), l’Università degli Studi di Trieste e lo stesso Progetto nnovazione. La pagina web di Aldai promuoverà le tecnologie rese disponibili dagli altri due enti e fungerà da canale per raggiungere l’audience industriale che è la prima destinataria delle tecnologie che saranno rese disponibili. Ogni trovato verrà descritto sinteticamente ma in maniera esaustiva all’interno di una nota tecnica, che sarà scaricabile in formato Pdf dal sito. In una seconda fase, della quale ci faremo promotori, altre università e centri di ricerca potranno aggiungere le loro offerte di tecnologie e le aziende diverranno a loro volta soggetti attivi del servizio avendo la possibilità di caricare le note tecniche con delle richieste di tecnologie in modo che i destinatari (università ed enti di ricerca in questo caso) possano rispondere a tali richieste direttamente – indirizzando i richiedenti a trovati già concepiti - o indirettamente, contattando le aziende per poter eventualmente stabilire un progetto per uno sviluppo congiunto di un trovato reputato d’interesse per l’azienda richiedente. Quindi, le basi per costruire il dialogo cui tanto si anela ci sono, ora è compito nostro poterle sfruttare e sviluppare.
Il futuro del knowledge transfer nel mondo: dal crowd-sourcing allo università sourcing?
Parlando di futuro della commercializzazione della proprietà intellettuale generate dalle università e a questo punto doveroso riportare quello che sta accadendo a livello internazionale. Alcune università (The University of Glasgow, University of Bristol, King’s College London, University of Copenhagen, Ottawa University e The University of New South Wales) sono accomunate da un progetto pioneristico nel campo del trasferimento della conoscenza, se non altro per l’internazionalità che contraddistingue questa iniziativa. Queste università hanno formato un gruppo che ha dato luogo alla creazione di un progetto chiamato Easy access IP, che consiste nella possibilità di dare in licenza (esclusiva o non esclusiva) gratuita a coloro che presentino un piano industriale (credibile) per le invenzioni che sono immesse in questo portfolio. La licenza è scaricabile in Pdf in una sola pagina, ed è pronta in un batter d’occhio. Clausole veramente importanti? Tre. La prima: il licenziatario deve riconoscere il contributo dell’università. La seconda: se il piano industriale (e di sviluppo del trovato) approvato non viene rispettato dopo tre anni, l’università ha il diritto di risolvere il contratto. La terza: l’università non si fa carico delle spese relative alle estensioni brevettuali e al mantenimento. L’idea alla base di questo progetto non è di svendere l’IP o di non volersene curare, quanto il desiderio di poterla gestire con più raziocinio. Quindi, quali sono le tecnologie che troveremo in questo pool? Quelle che sono in uno stato piuttosto embrionale e che difficilmente potrebbero essere tradotte in prodotti se non ci fosse una lunga ingegnerizzazione del prodotto, che richiede tempo e soldi, come tutti noi sappiamo. Unico neo è la terza clausola che ho menzionato. Nel contratto, non c’è alcun onere a carico del licenziatario di accollarsi le spese di estensione e mantenimento: “The Licensee may (enfasi aggiunta, ndr) at its discretion and cost prosecute and maintain such patent applications or patents”. Ecco, questa potrebbe essere una clausola che compromette tutto l’impianto sapientemente creato a tavolino. Mi spiego, un’azienda, alla luce di quanto previsto nell’accordo, potrebbe portare avanti il progetto diligentemente per tre anni e poi, una volta superato questo scoglio (o anche prima), decidere - anche per questioni non controllabili come una non prevista ristrettezza economica dovuta a un calo nelle vendite - di non rinnovare e/o estendere i brevetti. Se i brevetti non venissero rinnovati l’IP cadrebbe nel public domain e quindi non ci sarebbe alcun interesse o senso a essere licenziatario e l’università licenziante vedrebbe vanificata la propria ricerca che ha quel punto potrebbe essere utilizzata indistintamente da chiunque senza alcun onere di riconoscimento. Quindi, per concludere, la struttura delle licenze di Easy access IP è molto chiara, c’è un periodo di tre anni entro il quale l’università può risolvere il contratto e l’onere di pagare i rinnovi ed estensioni è solamente nelle mani del licenziatario, che quindi dovrà gestire questa IP come se fosse propria. Se converrà pagare, probabilmente lo farà, se non converrà, probabilmente tale IP diverrà di dominio pubblico. Forse, quindi, dovrebbe essere inserita un’ulteriore clausola in tali accordi che preveda che l’università debba ricevere in anticipo notizie in merito ai rinnovi ed estensioni e possa sempre avocare a sé il diritto di trovare un altro licenziatario se quello attuale non ha intenzione di rinnovare e/o estendere o pagare essa stessa i rinnovi e/o estensioni se desidera voler mantenere quel trovato coperto da una privativa, ma forse a questo ci stanno già pensando mentre stiamo scrivendo questo articolo.