Monday, 25 June 2012 15:28
Written by Fausto Giunchiglia, ordinario all'Università degli Studi di Trento ed è presidente dell'associazione Trento RISE
Il Trentino, terreno fertile per coltivare idee, talenti e fare nascere nuove imprese.

Un ecosistema dell'innovazione. È questa la definizione che vorrei dare del Trentino, il territorio dove vivo e lavoro da oltre vent'anni. Alla base di questa definizione, succinta come tutte le definizioni ma secondo me efficace, c'è un mio intimo convincimento, nato tanto da una riflessione speculativa, quanto dall'esperienza personale.
Partiamo dai fatti. In questi giorni difficili, con le aziende che chiudono e l'occupazione (soprattutto giovanile) che infuria, si parla spesso di innovazione. Che a ragione viene vista come l'unica via d'uscita da questa crisi economica, la peggiore dal dopoguerra. Quando sono nato io, la guerra era finita da un decennio, e in Italia stava per iniziare il boom, che avrebbe per sempre cambiato la fisionomia del nostro Paese. Oggi in molti tendono a ricordare quegli anni fatidici come anni di duro lavoro, impegno e sacrificio, ma anche speranza, ottimismo, fiducia nel domani. Tutto vero.
Sono nato in Belgio, dove ho vissuto sino all'età di due anni, ma ho poi trascorso la mia giovinezza in un paesino non lontano da Genova, allora uno dei vertici del cosiddetto triangolo industriale, e ricordo bene l'atmosfera d'impegno febbrile e ragionevole speranza che si respirava allora.
E tuttavia quegli anni non furono solo anni di lavoro e speranza. Furono, e lo furono molto, anni d'innovazione. Dagli elaboratori Olivetti ai motori Fiat, dal Moplen all'aerospaziale, furono anni in cui gli italiani riuscirono a convogliare le loro competenze scientifiche e tecnologiche in prodotti e servizi nuovi, a volte perfino rivoluzionari. Sia chiaro: da sempre l'Italia vanta un antico primato di eccellenza creativa. Dire che siamo il Paese di Leonardo, Galilei, Volta e Marconi (tanto per citare qualche nome) può sembrare un luogo comune, ma è un luogo comune vero. Perché nella ricerca, a essere franchi, siamo sempre stati bravi. Negli anni del boom, però, gli italiani riuscirono a compiere un ulteriore miracolo: generare innovazione.
Ci trasformammo in un Paese in grado di realizzare perfino satelliti spaziali, e vendere tecnologia a tutto il mondo. Fu anche grazie a un tale straordinario sforzo innovativo che riuscimmo a diventare una potenza industriale.
Oggi siamo ancora una potenza industriale, ma una potenza industriale stanca. In declino. Con il fiato corto. E che genera sempre meno innovazione. Dove sono le nostre nuove Olivetti? Dov'è il nostro nuovo Moplen?
Quando si parla d'innovazione bisogna sempre peccare di pedanteria, perché la materia è ostica e si presta a equivoci. Ricerca e innovazione non sono sinonimi. E se oggi l'Italia ha perso terreno nel campo dell'innovazione, non è soltanto perché non facciamo abbastanza ricerca. È vero che l'Italia investe in ricerca, in percentuale rispetto al Pil, assai meno di quanto dovrebbe. Tuttavia, nonostante i tagli, le disfunzioni e i mille problemi, nella ricerca riusciamo ancora a cavarcela. I nostri ricercatori sono bravi, così bravi da essere contesi dalle Università di mezzo mondo. La nostra produzione di letteratura scientifica regge, e vantiamo centri di ricerca ancora in grado di stupire con nuove ed entusiasmanti scoperte.
L'innovazione però non consiste nel realizzare nuove scoperte, ma nel creare nuovi prodotti e servizi combinando in modo nuovo competenze scientifiche e tecnologiche che possono anche non essere nuove. Con la ricerca si collezionano Nobel o premi analoghi, con l'innovazione si vince la partita della competizione economica globale.
A questo punto sorge spontanea la domanda: come si genera l'innovazione? La risposta è: attraverso un ecosistema ad hoc. Grazie alla diffusione di riviste e documentari naturalistici, anche chi non ha una laurea in biologia sa che un ecosistema naturale è un sistema delicato, complesso, in equilibrio dinamico. Un insieme integrato di componenti dove tutto svolge un ruolo importante. Lo stesso può dirsi, metaforicamente, per l'innovazione. In un ecosistema dell'innovazione serve la ricerca, ma la ricerca da sola non basta. Serve la libera impresa, ma la libera impresa da sola non basta. Servono gli utenti, ma gli utenti, da soli, non bastano. In Europa, a mio parere, serve la pubblica amministrazione, ma la pubblica amministrazione, da sola, non basta. Serve tutto questo, e molto altro ancora. Se viene a mancare anche un solo elemento, l'ecosistema rischia di collassare.
Consideriamo per un momento l'ecosistema dell'innovazione per eccellenza: la Silicon Valley, in California, dove ho studiato e lavorato per anni. Nella Silicon Valley troviamo Università di altissimo livello come Stanford e Berkeley, che formano la materia prima del progresso: i giovani. Ci sono colossi come Intel, Cisco o Google. Ci sono infrastrutture d'eccellenza. C'è una forte cultura del rischio: fallisci, ma fallisci in fretta, è il mantra. Ci sono grandi capitali privati pronti a rischiare su idee, i prodotti e i servizi nuovi. C'è, in ultimo ma non ultimo, una straordinaria apertura mentale, capace di attirare innovatori da ogni angolo del pianeta.
Passare dalla California, il più ricco e popoloso degli stati americani, a un territorio piccolo come il Trentino può apparire una mossa azzardata. Eppure anche qui, nel corso degli anni, silenziosamente e lentamente, si è cominciato a formare un ecosistema dell'innovazione. Un ecosistema con le sue specificità ben lungi dall'essere perfetto. Delicato come certi habitat alpini, e tuttavia molto promettente.
Un ecosistema composto di una pluralità di organismi. A cominciare dall'Università degli Studi di Trento, dove ho il privilegio di insegnare (e apprendere: perché dai giovani discenti si impara più di quanto un docente possa loro insegnare). Quello trentino è un ateneo giovane, con una storia meno veneranda di quella di tante altre Università. E tuttavia i ranking ci dicono che si tratta di uno dei migliori atenei italiani, in grado di attirare studenti da tutto il mondo. Il tasso di internazionalizzazione è particolarmente accentuato nella nostra Ict International Doctoral school a Povo, dove circa il 70% dei dottorandi proviene dall'estero.
L'ateneo non è però una cattedrale nel deserto. L'opposto. Il Trentino vanta una pluralità di centri di ricerca d'altissimo profilo. Come la Fondazione Bruno Kessler, all'avanguardia in settori strategici dell'Ict quali le tecnologie del linguaggio o l'ingegneria del software.
In FBK, l'acronimo con cui la Fondazione è universalmente nota tra i trentini, la scienza non rimane confinata nel chiuso dei laboratori: si trasforma in spin-off, joint-venture, startup. In Trentino siamo infatti persuasi della necessità di una nuova cultura imprenditoriale, che instilli nei giovani informatici, ingegneri, matematici e fisici (ma anche nei loro colleghi giuristi, sociologici, letterati) la passione per il business. Attraverso corsi, seminari ed eventi di formazione di alto livello, nonché facilitando, anche con forme di finanziamento iniziale, la nascita di nuove imprese innovative.
L'innovazione è un processo complesso, che non può nascere solo dall'alto. Top down, come si dice in gergo. È entusiasmante, per esempio, sapere che Trento è sede, al pari di Berlino, Parigi, Stoccolma, Helsinki o Eindhoven, di un centro ("nodo") degli Ict Labs dell'Istituto europeo di innovazione e tecnologia.
Tuttavia l'innovazione nasce soprattutto dal basso. Dall'alto si possono creare le condizioni abilitanti, le premesse per la creazione dell'ecosistema. Ecco perché bisogna generare un humus di nuove startup, vivaci e creative, dalle quali germineranno nuove aziende, creando nuova occupazione, nuovi modelli di business, nuovo benessere.
A differenza della Silicon Valley, il Trentino non ospita multinazionali come HP, Apple, Intel o Google. Tuttavia può contare su un tessuto imprenditoriale dinamico, sano, con tante piccole e medie imprese consacrate all'innovazione. Innovazione a 360 gradi. Perché il Trentino non insegue il sogno illusorio di diventare la copia-carbone, in salsa mitteleuropea, della Silicon Valley. Siamo ecosistemi dell'innovazione diversi, così come sono diversi una valle alpina e un tratto di costa mediterranea.
Non si può essere ciò che non si è. Si deve invece puntare su ciò che si è, capitalizzando sulle proprie competenze e vocazioni locali, per costruire valore (prodotti o servizi) che abbia una valenza universale e sia quindi esportabile (vendibile) oltre i propri confini.
Bisogna, nel nostro contesto, applicare le nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione a quei settori dove il Trentino ha una sua forte vocazione. E infatti abbiamo già compiuto delle scelte: ad esempio il turismo, la cultura, lo sport. In altre parole, l'ICT per la qualità della vita. Dove Trento e il Trentino, ma in generale tutta l'Italia, hanno davvero qualcosa da insegnare.
L'attenzione per la qualità della vita è un asset prezioso, anche per attirare quei talenti stranieri, scientifici e imprenditoriali, indispensabili per questo nostro piccolo ecosistema dell'innovazione. Talenti che in Trentino vivono bene.
Da sempre crocevia di popoli e culture, a cavallo tra il mondo latino e quello germanico, il Trentino è un territorio tollerante, per sua natura internazionale, e aperto al nuovo. Aperto culturalmente, e tecnologicamente: dalla diffusione capillare della banda larga a eccellenti collegamenti viari, il Trentino non è mai stato così connesso al mondo.
Quando incontro imprenditori, scienziati e giornalisti che si stupiscono nello scoprire, in questo estremo lembo d'Italia, una realtà come la nostra, spiego loro che il merito principale va ai cittadini del Trentino, che hanno saputo usare con saggezza la loro autonomia. E a una pubblica amministrazione lungimirante, che dagli anni del dopoguerra in poi ha sempre visto nel progresso tecnologico e scientifico uno strumento di crescita economica, sociale e culturale. Facendo del Trentino un ecosistema dell'innovazione che può essere, per certi aspetti, un modello per l'Italia.
Numero 018