Rivista >> Numero 018 >> Patent broker, i paladini dell’open innovation
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La gestione e il commercio dei brevetti può diventare elemento determinante a sostegno della diffusione e dello sviluppo dell'innovazione anche nel nostro Paese.

Gli ultimi mesi ci hanno visto spettatori delle cosiddette 'smartphone war', in cui celebri aziende si attaccano reciprocamente davanti ai tribunali di tutto il mondo usando come armi immensi portafogli brevettuali e cercando di impedire ai concorrenti di lanciare nuovi prodotti.

Leggiamo poi spesso dei cosiddetti 'patent troll', ovvero di società che acquistano sul mercato brevetti non utilizzati, con il solo scopo di verificare se prodotti di terzi interferiscano con i brevetti stessi, per poi attaccarli e ottenere enormi risarcimenti.

Ciò sta generando nell'opinione pubblica un diffuso sfavore verso i brevetti e la proprietà intellettuale, visti sempre di più come uno strumento che, invece di proteggere l'innovazione, la impedisce o rallenta, prestandosi a facili abusi.

Basta tuttavia girare di poco lo sguardo per scoprire che esiste una realtà del tutto diversa, ove i brevetti conservano intatta la loro funzione di garanzia dell'investimento in innovazione, ovvero il mondo dei centri di ricerca, dei parchi tecnologici, degli incubatori, delle startup. Per questi soggetti la titolarità di un brevetto è il primo, ma assolutamente necessario, passo per poter suscitare l'interesse di coloro che professionalmente investono in innovazione: business angel, venture capital, grandi aziende aperte alla cosiddetta 'open innovation' ("le imprese possono e debbono fare ricorso a idee esterne, così come a quelle interne, e accedere con percorsi interni ed esterni ai mercati, se vogliono progredire nelle loro competenze tecnologiche" – Chesbrough, 2003).

Anche in Italia negli ultimi due anni si è visto un gran proliferare di incubatori, startup, premi per le idee più innovative ecc. grazie alle quali, almeno in alcuni settori, al posto dello sconforto causato dalla crisi internazionale si è condivisa la speranza di una crescita del tutto nuova.

L'Italia, peraltro, è un paese in cui il concetto di open innovation potrebbe, anzi dovrebbe, avere un ruolo primario.

Da un lato, le microscopiche dimensioni della quasi totalità delle imprese italiane, fa sì che pochissime di esse riescano a realizzare ricerca ad alto livello (e alti costi). Prova ne sia il basso numero di brevetti depositati da aziende italiane, che per contro sono note in tutto il mondo come ottime perfezionatrici di innovazioni altrui. Per non essere tagliate fuori dall'innovazione, queste aziende possono tuttavia valutare una strategia a costo molto inferiore: comprare o ottenere licenze su brevetti altrui. Per queste piccole imprese la soluzione, quindi, non è la vagheggiata abolizione della proprietà intellettuale (vedi, da ultimo, "Abolire la proprietà intellettuale" – Michele Boldrin e Davide K. Levine, 2012), ma piuttosto il suo utilizzo in maniera efficiente e aperta.

Dall'altro, le migliaia di ricercatori, inventori e startup che giungono infine a un brevetto, possono ben decidere di affidarsi a chi ha più risorse finanziarie e capacità manageriali di loro per trasformare un'invenzione in un prodotto sul mercato, e ciò tramite una cessione, una licenza o una joint venture.

In entrambi questi scenari, gioca un ruolo essenziale il patent broker, moderna figura di sensale tecnologico, con un orizzonte di visione mondiale, ovvero capace di trovare ovunque l'acquirente per un brevetto o un brevetto per l'acquirente.

La figura del broker, infatti, permette di superare uno dei problemi storici dei brevetti, ovvero la loro scarsa liquidità dovuta alla tradizionale mancanza di un marketplace (problema a cui la risposta sono state le rivoluzionarie aste di Ocean Tomo) e di intermediari professionali.

Un buon patent broker, inoltre, non si limita a mettere passivamente a disposizione di potenziali clienti i brevetti per cui ha un mandato (strategia della vetrina), ma si fa carico di svolgere attività di business intelligence per reperire lui stesso potenziali licenziatari, acquirenti o joint-venturer interessati al brevetto (strategia proattiva). Si tratta, quindi, di un approccio dinamico, che moltiplica le opportunità di incontro tra l'invenzione e il mercato, tra l'altro senza limiti geografici. Il patent broker ideale è una figura glocal, che lavora su un territorio, ma con un orizzonte mondiale.

Ovviamente, non si può dimenticare che alcuni dei più grossi acquirenti di brevetti siano i patent aggregator, ovvero, società che acquisiscono il maggior numero di brevetti in un determinato settore, per varie finalità (di sfruttamento diretto, offensive o difensive). Anche di loro il patent broker dovrà tenere conto come possibili target.

Concludendo, le imprese italiane possono risolvere il problema della "maturità" della maggior parte dei propri settori tecnologici andando a cercare innovazione "ready made", ovvero soluzioni innovative già brevettate da altri (italiani o stranieri, non importa). Per contro, la brillante ma emarginata ricerca tecnologica italiana può finalmente avere un aiuto per trovare sbocchi di mercato. Per entrambi, c'è il patent broker. 
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