Un nuovo capitalismo imprenditoriale basato sul Research in Italy PDF Print E-mail
Wednesday, 09 December 2009 14:06

di Alberto Di Minin, ricercatore di Economia e gestione delle imprese presso la Scuola Superiore Sant'Anna; Andrea Piccaluga, professore ordinario di Economia e gestione delle imprese presso la Scuola Superiore Sant'Anna e presidente della Scuola internazionale di alta formazione di Volterra e Riccardo Varaldo, presidente della Scuola Superiore Sant'Anna e professore ordinario di Economia e gestione delle imprese

 

Nel 1945, il fondatore della National Science Foundation, Vannevar Bush, prevedeva che la sconfinata frontiera della scienza avrebbe rappresentato la premessa dello sviluppo economico dei decenni a venire e che la vera sfida per i Paesi avanzati fosse quella di continuare a esplorare questa frontiera con fiducia ed ambizione. Oggi, nel mezzo della più grave crisi dal dopoguerra, questo tema è quanto mai attuale, dato che lo scenario in cui confidiamo è quello di un nuovo miracolo economico modellato e trainato dalla ricerca scientifica e dalla tecnologia.

Può l’Italia cogliere queste opportunità ed essere tra i protagonisti di dinamiche ormai globali? Noi crediamo di sì, a certe condizioni. Ecco perché vogliamo porre l’accento su quella filiera industriale che chiamiamo Research in Italy, che parte dall’attività di ricerca, che sviluppa e porta sui mercati globali prodotti, servizi, know-how, e che crea valore e competitività tramite l’applicazione di uno sforzo imprenditoriale mirato. Per parlare di filiera si pone la necessità di assumere un’ottica di sistema e quindi di guardare non isolatamente ai singoli elementi (Università, centri di ricerca, attività di trasferimento tecnologico, aziende, finanza innovativa e tradizionale), ma al modo di relazionarsi tra i vari soggetti della catena nel lavorare insieme e co-creare valore. Il 16 novembre 2009 alla Scuola Superiore Sant’Anna si è aperta la Settimana Mondiale sull’Imprenditorialità, e l’inaugurazione di questo evento, che mette insieme tanti soggetti che credono che sia lo sforzo imprenditoriale a creare valore, è stata dedicata al Research in Italy, proprio per condividere il messaggio che a partire dalla crisi ci sono opportunità per una classe imprenditoriale rinnovata, capace di trovare nelle scienze e nelle tecnologie fonte del proprio vantaggio competitivo.

Alcuni grandi economie stanno perseguendo con concretezza la valorizzazione della Sconfinata Frontiera. Emblematiche in tal senso le parole di Barack Obama alla National Academy of Sciences il 27 Aprile 2009: “In un difficile momento come quello attuale, ci sono coloro che affermano che non possiamo permetterci di investire nella scienza. La ricerca è vista come qualcosa di simile a un lusso in un momento segnato dalle necessità. Io sono sostanzialmente in disaccordo. La scienza oggi è più essenziale per la nostra prosperità, la nostra sicurezza, la nostra salute, il nostro ambiente e la nostra qualità della vita, di quanto sia mai stata prima”.

Alle parole sono seguiti e stanno seguendo i fatti, con enormi investimenti pubblici e linee guida sulle direttrici principali di sviluppo scientifico e tecnologico. Non solo gli Stati Uniti, ma anche le economie emergenti dell’Asia si sono mosse in tal senso. La Cina, ma anche la Corea del Sud (come ha avuto modo di sottolineare il Presidente Napolitano nel suo recente viaggio in quel Paese) hanno premuto l’acceleratore e scommettono su un’economia guidata dal volano dell’innovazione. Mezzo secolo fa sarebbe stato difficile prevedere il formidabile ’aggancio’ da parte dei paesi emergenti, diventati in pochi anni grandi produttori di manufatti ma anche protagonisti della sconfinata frontiera della scienza. Oggi la globalizzazione ha perso la sua connotazione unidirezionale, ed è un fenomeno circolare, dove non è più così facile individuare e prevedere il senso di marcia. Mentre i paesi Oecd rimangono i più attivi investitori in ricerca e sviluppo e i migliori performer in termini di invenzioni, la globalizzazione ha ridotto le barriere all’entrata e creato per i nuovi player molte opportunità di inserimento nei network globali, con la prospettiva di contribuire al progresso scientifico ma soprattutto di poter drenare conoscenza a costo zero o quasi.

Il vecchio continente è alle prese con priorità diverse. L’Europa rimane ben lontana dagli ambiziosi obiettivi che i suoi Capi di Governo le avevano proposto nell’agenda di Lisbona, ed è alla continua ricerca del modello giusto per intervenire con decisione e unità a sostegno della propria knowledge-based economy. Anche l’Italia è stata scossa con forza dall’onda d’urto di questa crisi globale, che l’ha sorpresa nel torpore di un lento declino e di una progressiva marginalizzazione nei confronti delle economie più avanzate.

L’Italia è stata meno di altri Paesi colpita dalla crisi ma ha più di altri bisogno di innovazione per recuperare un ritardo che dura da tempo. In particolare, in uno scenario internazionale di collaborazione e sviluppo, l’Italia sta rischiando un ulteriore regresso della propria capacità di competizione proprio per non avere agganciato il processo in atto di globalizzazione della ricerca e dell’innovazione, dove giocano un ruolo determinante le università ma anche le grandi multinazionali. Questo provoca un danno gravissimo per la competitività e la forza internazionale della nostra industria.

È la nostra industria che poniamo al centro di questo dibattito: in quanto da sempre essa è protagonista di prim’ordine sui mercati globali. Come è noto, ciò che ha rappresentato il punto di forza di gran parte della nostra presenza all’estero è il risultato della filiera del made in Italy. Le origini della competitività di questi settori industriali non sono certo da ricercare sull’orlo di questa sconfinata frontiera delle scienze e delle tecnologie, ma molto più lontano, in un know-how di tradizioni ed eccellenze operative e manifatturiere che oggi appaiono estremamente fragili di fronte alla competizione globale.

Crediamo però che l’industria italiana possa essere protagonista di dinamiche che vogliono portare sul mercato ciò che emerge dai laboratori: ecco perché vogliamo parlare di Research in Italy, e delle sue logiche di filiera, di ecosistema dell’innovazione. Questo parallelo tra made in Italy e Research in Italy ci è utile per sovrapporre queste due filiere e metterne in evidenza le profonde differenze e potenzialità.

Abbiamo davanti un paradosso tutto italiano. La convinzione che le dinamiche instaurate nei distretti industriali, i network, il capitale sociale, la co-opetition avrebbe portato anche nel cuore di queste agglomerazioni le spinte di cambiamento dei cluster high tech è profondamente sbagliata. Se il social capital e la rete sono il lievito, che magari può essere simile sia nella Silicon Valley sia nel distretto italiano, il resto degli ingredienti sono assai diversi, come dunque diverso sarà anche il prodotto finale di queste filiere.

La ricerca innanzitutto. Ci lamentiamo che le aziende italiane spendono poco in innovazione. Questo è un dato di fatto: le stime di ogni confronto internazionale lo confermano da anni. Da economisti però ha più senso interpretare questo come il sintomo di un problema, e non come il problema in sé. Il nocciolo della questione è che le aziende italiane non avvertono il vantaggio dell’investimento nella ricerca: il Return on investment di tale investimento è per loro basso. Questo proprio perché la filiera a valle di un impegno in innovazione non funziona. I Paesi che hanno investito nel rafforzamento delle filiere che partono dalla ricerca hanno messo in campo strumenti ben diversi rispetto a ciò che viene fatto per sostenere il made in Italy.

In Italia i protagonisti delle filiera del Research in Italy stanno agendo in ordine sparso, in maniera disordinata e non efficace. Senza una cabina di regia, senza una pianificazione strategica che sappia guardare oltre le attuali contingenze, e le opportunità del momento. Perché la ricerca, i frutti della ricerca chiedono questo, saper guardare oltre.

Quali dunque le sfide aperte per cercare di portare il Research in Italy ad essere, come lo è stato il made in Italy, volano del nostro sviluppo? Sono quattro le priorità che qui individuiamo e proponiamo ai lettori di Innov’azione. 1) Individuare quali sono le research University di eccellenza. Nelle filiere dell’innovazione, i grandi centri di ricerca, le Università pubbliche e private sono stati i centri propulsori di tanta innovazione. Non crediamo che ci siano alternative per il Research in Italy. Attenzione: non tutte le Università ma solo alcune, nelle grandi esperienze internazionali, hanno fornito gli stimoli allo sviluppo di queste filiere. La concentrazione di spin off, brevetti, fondi di ricerca in pochi centri di eccellenza è un fenomeno noto. Non tutte le Università italiane possono, o è loro compito quello, di affermarsi come research University di eccellenza internazionale. La spinta alla valorizzazione e al trasferimento tecnologico può vedere protagoniste alcune delle nostre università e su di esse bisogna puntare perché rafforzino la loro capacità di essere fabbrica di conoscenza e innovazione e forniscano supporto anche al resto del sistema della ricerca. 2) Capire quali sono le nostre eccellenze tecnologiche. Non c’è possibilità di intervenire con metodo ed efficacia sulla filiera ricerca-innovazione se non si ammette che l’Italia in alcune aree scientifiche e tecnologiche ha un vantaggio, in altre è costretta a rincorrere e in altre ancora è senza alcuna speranza di aggancio. In un’ottica di filiera, visto che il nostro obiettivo è quello di creare valore riconosciuto da un mercato globale, dobbiamo concentrarci innanzitutto sulle eccellenze. D’altra parte questo è un fenomeno ben noto anche nella filiera del made in Italy, dove i distretti che hanno prodotto valore su scala internazionale hanno saputo specializzarsi in certe aree di attività a discapito di altre, e in alcuni casi queste specializzazioni hanno trovato il consenso dei mercati internazionali. La specializzazione è rischiosa ma necessaria anche nel mondo dell’high tech. Lo dimostra il celebre confronto tra Silicon Valley e Boston: mentre la prima che si era specializzata con fortuna e successo sullo sviluppo dei semiconduttori e aveva scommesso sui pc, la seconda era rimasta incollata al settore morente dei minicomputer, e ancora oggi a più di venti anni di distanza rincorre il più fortunato cluster californiano. Anche le filiere del Research in Italy debbono sapersi specializzare, definendo così quelle masse critiche per affrontare sfide globali. 3) Intensificare la spinta imprenditoriale. Il ricercatore, potenziale inventore, non è di norma un imprenditore. Inoltre, non è in genere spinto dall’ansia di interessi economici, anche se a volte si presta ad essere il punto di partenza della catena che porta a creare valore dalla e con la ricerca. È necessario comunque che il ricercatore abbia la possibilità non solo di accedere alle risorse necessarie per sviluppare e portare a termine il suo lavoro scientifico, ma anche di essere opportunamente orientato. Quando l’innovazione non arriva al mercato è il mercato che deve entrare nel laboratorio. Il ricercatore deve essere reso consapevole dalle opportunità della filiera del Research in Italy, del contributo che i suoi lavori possono avere anche al di fuori del mondo scientifico. Ciò deve avvenire nel rispetto reciproco di ambiti e di linguaggi che sono e debbono rimanere diversi, come quello scientifico e quello imprenditoriale. 4) Aumentare la coesione del sistema. In Italia sono troppo numerosi e troppo frammentati gli interventi e gli attori coinvolti nell’encomiabile ma difficile lavoro della valorizzazione dei risultati della ricerca scientifica. Sono troppo numerose le sovrapposizioni e le azioni messe in atto da organizzazioni senza le professionalità necessarie, su scala locale, regionale e nazionale. Fermo restando che non si può non alimentare il motore della ricerca, che altrimenti rischia di esautorare la propria vena inventiva, molto può essere fatto per razionalizzare e rendere più efficace il sistema della valorizzazione.

La condivisione di un linguaggio passa anche attraverso quelle strutture di interfaccia di raccordo, come gli uffici di trasferimento tecnologico dei centri di ricerca, i responsabili dei rapporti con le Università delle aziende e banche, il mondo del venture capital e dei business angel, che potrebbero, dovrebbero giocare un ruolo essenziale, non solo per sfruttare le possibilità migliori, ma per allineare i modelli di business all’interno della filiera del Research in Italy. Difficile che il mercato sia in grado da solo di attivare questo sistema. Difficile che gli sforzi fatti fino a oggi dalle politiche industriali che ci sono susseguite siano in grado autonomamente di mettere a sistema queste forze.

La fiducia che si deve instaurare in questa filiera non è frutto, crediamo, di singoli isolati casi di successo, ma di regole del gioco chiare e condivise in grado di coinvolgere imprenditori e investitori, ricercatori e grandi industrie

 

(Nota: Questo contributo riprende le idee esposte in “Il nuovo capitalismo imprenditoriale del Research in Italy” di Riccardo Varaldo e Alberto Di Minin, Occasional paper dell’Ufficio studi Finmeccanica, ottobre 2009).

 

 

 

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