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I startup

I startup, la I questa volta sta per Italia, perché nonostante tutte le difficoltà il nostro Paese è un buon posto per fare startup innovative. Certo c’è sempre chi preferisce andare in California a cercar fortuna, c’è chi inutilmente prova a far rientrare i cervelli partiti a colpi di incentivi, c’è anche chi senza successo insiste nel voler portare in Italia la fotocopia di modelli all’americana tipo Silicon Valley (o alla britannica, o alla israeliana, dai quali comunque qualche spunto è utile prenderlo). Tutta fatica inutile, in Italia le startup si fanno all’italiana. Il che non significa che si fanno male o in modo peggiore che altrove, anzi, significa solo che qui le startup si fanno usando leve, opportunità, strumenti, risorse che altrove non ci sono o sono disponibili in modo diverso.

In Italia c’è purtroppo la tendenza generalizzata di confondere l’innovazione con il digitale, due cose diverse che posso certamente essere associate ma che non devono essere confuse. Questo aspetto è importante perché se si confonde innovazione con digitale, ambito che riveste certamente un ruolo importante, si perde di vista tutto il resto: bio/nano/clean-tech, aerospazio, robotica, nautica, apparecchiature medicali, insomma quell’innovazione che porta nuova linfa anche al sapere industriale in settori dove in Italia siamo un po’ più forti che sul digitale e che fino a ora sono quelli da cui sono emerse nuove aziende di successo anche internazionale. Poi serve lavorare affinché un sempre maggiore numero di imprenditori, di quelli che stanno alla guida delle piccole e medie imprese che sono oggi la spina dorsale del sistema economico nazionale, si illumini e inizi a comprendere che nelle startup c’è innovazione vera e che fare business insieme porta vantaggi enormi a entrambi, alcuni lo hanno già capito e vi sono già i primi casi di gruppi industriali e Pmi che sposano startup e sono casi di successo.

Ampia visione sui settori e coinvolgimento del mondo industriale quindi, ma anche territorio perché le nuove aziende innovative nascono ovunque, non solo nei grandi e medi centri urbani ma anche nei paesini più remoti, nelle cittadine delle Prealpi o degli Appennini e lungo le coste, nelle isole e nelle pianure, al sud come al nord e questo è un altro elemento differenziante, non c’è la concentrazione geografica, non c’è la ‘capitale italiana delle startup’, non c’è perché non serve perché i nuovi imprenditori si muovono con rapidità e agilità spostandosi da una parte all’altra del Paese, dell’Europa, del mondo.

Poi ci sono tutti gli altri attori: dalle banche che fanno anche i venture capital (cosa difficile da trovare altrove), agli incubatori privati che sbocciano e fanno sbocciare nuove aziende; arricchire il quadro servirebbe qualche venture capital di tipo corporate (Cvc) e certamente anche una maggiore spinta da parte delle pubbliche istituzioni a sostegno effettivo ed efficace del capitale di rischio, ma anche qui qualche segnale inizia a esserci. C’è poi una grande attenzione ai talenti, la consapevolezza che i giovani imprenditori italiani hanno nulla da invidiare per competenze, energie, voglia di rischiare rispetto agli aspiranti imprenditori di altri Paesi; attenzione crescente anche per i nuovi modelli di business che sviluppano ritorni anche di tipo sociale e ambientale.

In Italia c’è quindi uno scenario unico e tale deve rimanere con le sue caratteristiche, si può e si deve lavorare per migliorarlo, per renderlo più efficace, per eliminare gli ostacoli inutili che ancora ci sono, ma non si deve cercare di snaturarlo per renderlo uguale alla Silicon Valley, sarebbe un errore. Bisognerebbe anzi valorizzare il modello dell’Italian-way-to-do-startup e farlo diventare elemento di ulteriore ricchezza per le startup stesse. Bisognerebbe farlo conoscere al mondo come esempio di elementi, sinergie, sfide capace di dare vita a startup di successo diventando così elemento in più a sostegno della caratterizzazione e della crescita delle startup italiane sui mercati internazionali. È così che si attirano i cervelli, non solo quelli italiani in fuga, ma anche quelli stranieri che scelgono l’Italia, i primi sono già qui, si chiamano Johnnie, Natalia, Mounir, Johanna, Lucas, arrivano dal sud e dal nord America, dall’Europa e dal Medio oriente e stanno facendo le loro startup qui in Italia (le loro storie saranno presto su Innov’azione).
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