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Tags: Editoriale

Le startup innovative sono entrate nell'agenda di governo. L'ingresso è avvenuto quando il ministro Corrado Passera ha nominato una task-force composta da una dozzina di esperti della materia i quali hanno lavorato, coinvolgendo l'intero ecosistema, alla stesura di un rapporto che ha preso il nome di Restart Italia e che ha analizzato e affrontato tutte le questioni aperte: dalla definizione di startup e di incubatore, alla semplificazione delle procedure per la creazione di aziende passando per le agevolazioni per chi le startup innovative le vuole finanziare fino a proposte di grande portata come la creazione di un fondo di fondi.
Il rapporto è un documento articolato e completo, frutto di mesi di lavoro che è stato presentato ufficialmente il 13 settembre 2012 e che è diventato lo strumento di riferimento per i legislatori che hanno poi tradotto il tutto, o quasi tutto, nel decreto legge numero 179 del 19 ottobre 2012 che è stato pubblicato sulla gazzetta ufficiale il giorno 19 ottobre 2012 e che, in quanto decreto, deve essere convertito in legge dal parlamento entro 60 giorni da quella data, quindi entro il 19 dicembre 2012.
Fino a qui la cronaca ma il significato di questo passaggio è importante per molte ragioni. Intanto è una sorta di conferma che ciò che in queste pagine scriviamo dal primo numero della rivista, cioè che l'innovazione, quella che si fa impresa e crea valore, crea posti di lavoro, rinnova il tessuto produttivo del Paese è la strada maestra da seguire per dare nuovo slancio all'economia e alla società ed è l'unica opzione percorribile per dare il maggiore valore possibile alla materia prima, la risorsa più preziosa che in Italia abbiamo: le intelligenze. È poi importante perché crea consapevolezza, trasmette anche a settori delle istituzioni, dell'accademia, dell'industria, della politica che fino ora non ne avevano compreso la portata, che il fenomeno delle startup innovative c'è, coinvolge tantissime persone, attrae capitali, sviluppa idee e progetti di grande portata.

Da un punto di vista della cultura dell'impresa e dell'innovazione il lavoro della task-force, il rapporto che ha prodotto e la rilevanza mediatica del decreto si sono rivelati formidabili e rappresentano la decisa conferma del messaggio che con Innov'azione ci proponiamo di condividere da oltre quattro anni. Da un punto di vista della efficacia intesa come effettiva ricaduta dei provvedimenti sulle dinamiche dell'ecosistema è ancora prematuro per dirlo, sia perché come detto il decreto deve ancora divenire attuativo, sia perché il decreto non ha preso proprio tutto ciò che era nel rapporto, per esempio la proposta del fondo dei fondi non c'è così come non c'è la proposta cosiddetta 'Iva per cassa' ovvero la possibilità di pagare l'Iva solo quando effettivamente si incassa il denaro e non quando si emette la fattura, e poi altri aspetti sono migliorabili come le varie formule previste per la costituzione delle società che hanno alcuni margini di perfezionamento. Sul fondo dei fondi c'è però da dire che benché non sia inserito nel decreto qualcosa del genere potrebbe crearsi a seguito delle attività del Fondo italiano di investimento che ha deciso di destinare una parte del suo patrimonio a operazioni di venture capital di concorso con gli operatori specializzati e il primo, 360 Capital Partners, ha già ricevuto i finanziamenti che sono confluiti nel suo nuovo fondo.

Sul fronte della creazione di consapevolezza il rapporto si è mostrato efficacissimo, tanto che oggi le startup sono oggi veramente sulla bocca di tutti, chiunque si scopre a suo modo uno 'startupper', in tanti vogliono salire sul carro e sponsorizzare, organizzare eventi, incontri, convegni, professionisti di ogni sorta: legali, fiscali, commerciali, di comunicazione, di consulenza, di pubbliche relazioni, associazioni di categoria, stanno scoprendo il mondo delle startup. Alcuni vi si avvicinano con la consapevolezza che le dinamiche che governano tale mondo sono profondamente diverse da quelle che governano l'economia e le imprese più tradizionali e quindi cercano di farsi accompagnare da chi l'ecosistema delle startup lo conosce, altri sono un po' meno accorti e cercano di buttarsi nella mischia ma senza troppo successo. Tutto ciò è un segnale importante, fondamentale perché è la strada che porta all'effettiva possibilità che questo fenomeno si sviluppi e che sia foriero di una spinta innovativa capace di attecchire anche in settori dove l'innovazione è ancora vista con sospetto perché minaccia per le rendite di posizione e per lo status quo, non va dimenticato infatti che il peggiore nemico di chi fa innovazione sono coloro che si trincerano dietro la triste e distruttiva frase del 'si è sempre fatto così'.

Le startup innovative sono quindi l'anima dell'innovazione, chiunque fa una startup, che abbia successo o meno, già di per sé porta il suo contributo effettivo al miglioramento e al cambiamento, ma le startup possono anche essere portatrici di nuove tendenze che devono estendersi a tutti i settori dell'economia e della società come è la consapevolezza che l'Italia deve diventare tassello di un disegno ampio e internazionale, che concetti come la 'fuga dei cervelli' sono errati perchè bisogna parlare di circolazione dei cervelli così come si parla di circolazione di capitali e di opportunità. Se investitori britannici, tedeschi, perfino statunitensi, decidono di investire in aziende innovative italiane, se incubatori e fondi di investimento con sempre maggiore insistenza guardano al meridione perché si sono accorti che li ci sono tante buone idee e opportunità, almeno tanto quante ce ne sono al nord, si assiste a un fenomeno di grande significato perché dove hanno fallito politiche studiate a tavolino per attirare capitali stranieri o per portare l'economia nel Mezzogiorno stanno riuscendo le startup con il loro movimento e con tutti i soggetti che attorno a loro si muovo, senza che vi siano incentivi, agevolazioni, sostegni o supporti politici e istituzionali. È quindi benvenuto il decreto e le azioni di governo ma è importante che siano di supporto all'ecosistema e che non intervengano nel minarne le meccaniche o gli equilibri perché ciò significherebbe da un lato togliere al libero mercato il suo ruolo di grande, unico arbitro capace di indicare l'effettiva bontà di un fenomeno economico, e dall'altro cercare di istituzionalizzare qualcosa che sta funzionando benissimo proprio perché istituzionalizzato non è.

Numero 019

Sempre più spesso grandi aziende acquisiscono startup più per il valore delle persone che per quello del modello di business, un altro modo per fare la exit

La tendenza, per coloro che seguono da vicino le vicende della Valley, non è affatto nuova: è quella delle grandi tech companies che comprano start-up con il solo scopo di assumerne i team. Il fenomeno è chiamato "Acqui-Hire", e ha già due precedenti illustri nella sua storia su iniziativa di Apple: l' acquisto di NeXt per riportare a casa papà Steve, e l' acquisto di Lala, famoso portale di streaming musicale. La prima storia è conosciuta da tutti, mentre la seconda riguarda un gruppo di ingegneri molto talentuosi che aveva creato un portale di streaming musicale (Lala.com) cestinato dall'azienda di Cupertino poco meno di un anno dopo la sua acquisizione, nel maggio 2010 ,affinché i talentuosi ingegneri impiegassero le loro competenze in un'idea di maggiore impatto, ma di matrice Apple: iCloud. A questi due esempi famosi, se ne potrebbero aggiungere molti altri, che vedono come protagonisti Google, Facebook, Zynga, e recentemente anche Yahoo, dove la giovane CEO Marissa Meyer ha messo le politiche di acqui-hire proprio al centro del piano di rilancio dell'azienda.

La crescente dimensione del fenomeno ha instillato semplici domande tra i navigati dell'ecosistema californiano: perché? Perché non assumere i talenti senza dover comprare gli assets della società, già giudicati ex-ante non interessanti, spendendo meno? Perché remunerare parte dell'investimento effettuato dai venture capital, già etichettato come fallimentare? La risposta che i più si sono dati è abbastanza semplice, e riconducibile a due ragioni: la competizione tra le big tech company per accaparrarsi i migliori talenti e il beneficio reputazionale tratto da questi nel poter dire ad un aperitivo : "No, la mia azienda non è fallita, ho venduto a Facebook per una cifra a sei (sette) (otto) zeri". Entrambi i motivi sono facilmente spiegabili: l'avvento del cloud e l'aumento dei fondi disponibili alle nuove venture hanno infatti decisamente ridotto tanto i costi quanto i rischi di fondare una start-up, cosicché non ci sono più ingegneri disposti a lavorare per un'idea che non sia la propria. Ed è proprio questo che scatena la battaglia tra i colossi del web, i quali per strappare preziose risorse umane ai competitor, nonché stare al passo con una tecnologia sempre in evoluzione, sono disposti a offrire di tutto: anche a comprare un'azienda fallimentare, e regalare così buona reputazione come parte del bonus d'entrata. Di certo l'intero fenomeno non è visto di buon occhio dagli investitori esterni, in quanto di solito l' acqui-hire mostra un prezzo di acquisizione minore del seed o Serie A financing, ma generosi stock grant per i fondatori. Coyle e Polsky, giuristi a Stanford, hanno fornito una prima analisi scientifica del fenomeno, arrivando alla conclusione che probabilmente si svilupperanno clausole che salvaguarderanno gli investitori terzi nell' acqui-hire, ovvero che imporranno la ridistribuzione del valore degli stock grant anche agli altri soci. Di certo, se continua a diffondersi a questo ritmo, questa nuova pratica d'assunzione innesterà strani meccanismi in tutti gli attori dell' ecosistema: chi rinuncerà infatti a una propria start-up quando nel peggiore dei casi verrà assunto con un'ottima paga e senza perdere la faccia in caso di fallimento? E quale rischio percepirà l' investitore che potrà sempre rivendere (seppur con qualche perdita) una cattiva start-up e agire non più da finanziatore ma quasi da head hunter?

Di certo, tali perversi incentivi avvierebbero un circolo vizioso: minor rischio imprenditoriale porterebbe a una riduzione ulteriore del numero di ingegneri disposti a lavorare per una azienda già consolidata, a fronte di un finanziamento di start-up con idee non sempre vincenti. Fenomeno, questo, che siamo certi verrà arginato dal pronto adeguamento delle clausole contrattuali o dalla nascita di un nuovo modus operandi, che esprima reciproco rispetto tra investitori, fondatori, e i big della Valley. In fondo, c'è un motivo per cui lo chiamano ecosistema.

Numero 019

Startup e investitori si scambiano non solo denaro e quote di aziende ma anche conoscenze, esperienze, contatti che spesso fanno la differenza

immagine relazioni_vcL'importanza del venture capital viene enfatizzata soprattutto nei momenti di recessione economica, durante i quali i proclami a supporto di politiche volte a stimolare l'imprenditoria, giovanile e non, mirano a incentivare la nascita di nuove imprese e quindi posti di lavoro. Studi più o meno accademici acclamano le qualità del Vc e la sua utilità per finanziare aziende giovani ma innovative e quindi piene di potenzialità. Spesso però non è chiaro se questo tipo di investimenti crei valore o semplicemente sia un meccanismo darwininiano di selezione. Infatti non sempre è evidente se i venture capitalist abbiamo come scopo principale quello di selezionare le migliori aziende presenti sul mercato, che quindi già esistono e che potrebbero svilupparsi, magari più lentamente ma anche in maniera indipendente; oppure abbia le capacità necessarie a trasformare startup che sì hanno il potenziale necessario a diventare top player, ma che senza il necessario apporto finanziario e manageriale sarebbero destinate al fallimento o quantomeno all'anonimato. In Italia questo tipo di investimenti non è molto sviluppato ma ha quotato a Piazza Affari società molto interessanti quali Yoox, Newron, MutuiOnline, Bioxell ed Eurotech.

Il network come punto di forza
La ricerca accademica e professionale ha posto notevole enfasi sul valore aggiunto del Vc nel reclutare talenti da inserire nell'organico, nell'apportare notevoli doti manageriali e capitale finanziario, nell'offrire notevoli contatti all'interno dell'industria. Per esempio uno studio di MacMillan, Kulow e Khoylian pubblicato sul Journal of Business Venturing dimostra che i venture capitalist aiutano i loro investimenti a sviluppare il business, a selezionare il management, a gestire il personale e ovviamente supportano le startup nella gestione finanziaria. A tal riguardo, durante le mie ricerche, sto focalizzando la mia attenzione su uno dei punti di forza del Vc che però non è ancora stata sviluppata sistematicamente: la capacità di fare network. Infatti, appare chiaro che una volta che una società giovane e dinamica entra a far parte di un portafoglio di investimenti di Vc, le si apre un mondo di contatti e possibilità. Al fine di offrire un quadro chiaro del network a cui una startup accede dopo l'investimento di Vc ho collezionato materiale da varie fonti e intervistato personalmente sia imprenditori che hanno ricevuto investimenti nelle loro società, sia Vc manager internazionali. Innanzitutto appare evidente che i Vc ritengano il loro network come uno dei motivi principali del loro business model. Per esempio InvestorLab, una delle principali global investment firm di Vc, scrive sul suo sito internet: "Investor Growth Capital portfolio company ottengono accesso a un network di valore. Le nostre startup possono far leva sulle relazioni intraprese dai professionisti di Investor Growth Capital, ottengono accesso anche ai nostri consulenti ed esperti, a una comunità di portfolio company in settori collegati, e soprattutto a un network internazionale di persone e società che è stato sviluppato attraverso quasi un secolo di attività imprenditoriale".

Il valore del network viene enfatizzato anche da Kleiner Perkins Caufield & Byers (Kpcb), uno dei maggiori Vc americani che riporta sul suo sito internet: "I nostri imprenditori ottengono accesso alle nostre portfolio company e possono associarsi con business leader globali. Queste relazioni sono la base per alleanze strategiche, opportunità di partnership e per la condivisione di informazioni utili a creare nuove iniziative più velocemente, profittevolmente e con meno rischi".
Y Combinator, uno dei più grandi incubatori in Usa, allarga il concetto di network anche ai fondatori di startup in cui la compagnia ha precedentemente investito, i cosiddetti 'alumni'. Descrivendo il loro operato, i partner di Y Combinator dichiarano che il loro alumni network è "probabilmente il più potente network nel mondo delle startup sia per le sue dimensioni sia perché i suoi partecipanti hanno un forte stimolo ad aiutarsi a vicenda". Per esempio uno degli alumnus dichiara: "io sono molto contento quando una nuova startup mi contatta perché: a) ora ho molte conoscenze che posso condividere e : b) ho un desiderio bruciante di ridare qualcosa di ciò che ho ottenuto. Di recente ho presentato un alumnus a molte persone perché mi sento indebitato verso la 'famiglia'. La famiglia, (io e i precedenti alumni) eravate la mia salvezza fino a poco fa. Una persona non lo dimentica. A ogni modo, gli alumni non sono ciecamente fedeli. In ultima istanza ciò che tiene network insieme è la qualità delle persone che vi appartengono". Infatti un altro imprenditore scrive: "Io sono disposto a introdurre un fondatore sponsorizzato da Y Combinator praticamente a tutte le mie conoscenze in quanto so che ha passato il filtro di selezione di Y Combinator".

Inoltre, uno dei manager di un Vc internazionale estende il concetto di network a potenziali investimenti aggiungendo che solitamente considerano potenziali sinergie tra i loro investimenti anche prima di effettuare l'investimento. Infatti, a volte presentano le loro società a investimenti prospettici e cercando di capire se ci siano possibilità di sinergie e scambio di informazioni. Se le società possono lavorare insieme, questo può essere un incentivo a investire nelle compagnie.
Come si può notare dalle varie fonti sparse nei vari continenti, vengono evidenziati quattro tipi di network che hanno il compito di offrire spunti di riflessione e risorse concrete alle startup: a) un network professionale che solitamente ingloba direttori, manager, personale altamente qualificato e consulenti specializzati; b) un network di società che hanno ricevuto investimenti di Vc (portfolio company) e che quindi solitamente hanno problemi simili e che hanno l'incentivo a collaborare per sviluppare il loro prodotto; c) un network di investitori che possono facilitare il fund raising nei futuri round di investimento; d) un network di alumni.
Ma quali sono i modi utilizzati dai Vc per incentivare e favorire questo scambio di conoscenza e risorse? Nel dettaglio, tramite le interviste effettuate, sono apparse evidenti tre pratiche comunemente usate nell'industria di Vc: a) una mailing list che connette i Cfo (direttori amministrativi) o Ceo (amministratori delegati) delle varie portfolio company e b) regolari Ceo summit a cui partecipano le startup e illustri invitati esterni, c) il ruolo di intermediario che interpretano i vari investitori.

La mailing list come mezzo di comunicazione
La mailing list è un servizio che molti Vc offrono al fine di mettere in contatto gli imprenditori che hanno ricevuto un investimento. Questo offre la possibilità di ricevere risposte immediate a quesiti urgenti tramite i Ceo o Cfo delle altre compagnie presenti nel portafoglio Vc. Per esempio Juha, il Ceo di Madbid, una società che ha ricevuto investimenti da Atomico specializzata in online bidding in stile Ebay, ha usato la mailing list per ottenere risposte a questioni inerenti le tecnologie internet e le risorse necessarie a sviluppare i suoi servizi e ha ricevuto feedback immediati. Juha ha riferito che "è molto importante che tu condivida la tua visione con altre aziende con problemi simili ai tuoi, nel settore internet è comune avere simili problemi, per esempio come spedisci i tuoi prodotti, che sistema tecnologico usi ecc. È vero che puoi cercare e trovare molte informazioni online, ma su internet le aziende creano storie solo per promuovere i loro prodotti e servizi; tu però non sai veramente se quello che dichiarano sia vero o meno. Attraverso la mail list puoi ricevere esempi concreti, esperienze reali che possono essere molto utili per scegliere tra le diverse opzioni".

Ceo summit come luogo di incontro
Un'altra pratica molto utile e diffusa è quella di organizzare incontri ricorrenti in cui sono invitati a partecipare sia i vari Ceo delle startup che personaggi di spicco del mondo tecnologico. Esempi di summit organizzati dai Vc includono Accel, Intel, Khosla Ventures e molti altri. Per esempio un manager di un grande Vc specializzato nel settore life science ha riferito che loro organizzano "due volte l'anno un summit nel quale invitano tutti i Ceo dei loro investimenti che si trovano quindi tutti insieme per una settimana nello stesso luogo. Questi summit sono molto utili alle aziende in quanto queste possono conoscersi e tenersi in contatto, ed eventualmente scambiarsi informazioni e conoscenze". Anche Accel sfrutta molto questo tipo di eventi sia all'interno del suo network sia come promozione verso l'esterno. Infatti organizzano in maniera ricorrente il Global Ceo Summit il quale un ex-Accel manager intervistato elogia dicendo che questo tipo di eventi di networking sono estremamente importanti. Ha spiegato che in questi summit "tu porti tutti i Ceo delle tue aziende in una stanza, una volta l'anno; e poi inviti anche i Ceo di grandi compagnie come per esempio Steve Ballmer di Microsoft e li lasci fare network tra di loro. È come una conferenza privata per le tue società. È probabile che qualcuno nella stessa stanza abbia gli stessi problemi e ti possa aiutare a risolverli. Noi crediamo sempre nel network, le persone si incontrano e hanno accesso ai rispettivi network e così gli affari si portano a casa".
Intel Capital, il Vc aziendale di Intel, la famosa multinazionale di processori, organizza ogni anno in diverse location nel mondo conferenze che si snodano in un forum di due giorni. "Portare le persone giuste pone le basi per collaborazioni innovative e nuove relazioni d'affari. I partecipanti si trovano immersi in un mondo di networking, comprese presentazioni uno-a-uno, sessioni mirate a mettere in contatto le società giuste, presentazioni e discussioni con esperti e una miriade di attività sociali". Esempi per apprezzare il calibro di queste personalità possono essere ripresi da Khosla Ventures che ha avuto l'onore di ricevere presentazioni da Bill Gates (Microsoft), Eric Shmidt (Google) su Come sviluppare una compagnia, Tim Brown (Ideo) sul Pensare il design, Jack Dorsey (Twitter) che ha illustrato La prospettiva del fondatore.

Il venture capitalist come intermediario
Spesso i manager delle società di Vc mettono a disposizione il loro network al fine di facilitare lo sviluppo dei loro investimenti. Hussein Kanji, eletto recentemente come uno dei 100 investitori tech più influenti in Europa, e partner di Hoxton Ventures, un Vc con sede a Londra ha dichiarato durante la nostra intervista: "dove facciamo molte collaborazioni è nella condivisione di informazioni. E le nostre società hanno accesso a questa conoscenza tramite noi. Per esempio, se una società sta assumendo in un particolare campo, noi trasmettiamo l'informazione ad altre compagnie. Noi siamo i broker e diciamo: questi ragazzi stanno facendo molto bene in questo senso, perché non prendete un caffè con loro?" Ha anche aggiunto che questo scambio di informazioni può essere riferito a risorse umane, come risolvere le necessita di un cliente, come investire efficacemente online, come ottimizzare le ricerche sui motori di ricerca.
Questo studio ha evidenziato quindi uno degli aspetti chiave dell'investimento in venture capital, la capacità di fare network. Tramite interviste con alcuni dei più importanti venture capitalist del panorama italiano e mondiale è stato evidenziato che i vari Vc stimolano le loro società a conoscersi e collaborate, a scambiarsi informazioni a livello remoto tramite mailing list, a conoscersi e interagire sia tra loro sia con esperti durante incontri periodici all'interno di vari summit organizzati. Vorrei concludere citando uno dei manager di un grosso investitore Vc che ha dichiarato che "la cosa più importante è che il mondo dei Vc è un mondo ristretto, tutti si conoscono e quindi si fidano gli uni degli altri". Ciò che è apparso chiaro dalle mie ricerche è che le società di Vc favoriscono questo processo di small world e che potenzialmente la fiducia e le connessioni che riescono a stabilire sono tra i principali driver del loro successo.

Nota:
Questo articolo è una versione tradotta e rivista per Innov'azione del paper "Does networking with peers in venture capital (Vc) portfolios affect the performance of Vc-backed firms?" scritto da Cristiano Bellavitis, Igor Filatotchev e Samuel Kamuriwo ed è possibile richiederne una copia tramite email: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. o twitter: @CBellavitis

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