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La startup milanese ha sviluppato una piattaforma per organizzare partite di calcetto e ora è presente in quattro Paesi, conta quasi 180mila utenti e oltre ottomila centri sportivi

La passione per il calcio, gli amici con cui giocare, il campo da prenotare e una piattaforma online che aiuti a organizzare le partite. Questa la semplice ricetta alla base di Fubles, startup tutta italiana nata nel 2006 come idea di Vito Zongoli e costituitasi in società nel 2009, con l'ingresso di Fabio Cancarè, Giuseppe De Giorgi, i fratelli Nico e Mirko Trasciatti e Stefano Rodriguez. Fubles.com è un social network che permette di organizzare e gestire partite di calcetto (e non solo) mettendo insieme giocatori, partite e centri sportivi di una determinata zona geografica. Consente, in sostanza, a chiunque di iscriversi gratuitamente e organizzare partite con i propri amici o partecipare a partite già pianificate e oggi per numero di utenti (178mila), partite giocate (35mila), centri sportivi nel network (ottomila), squadre iscritte (cinquemila) e paesi coinvolti (Italia, Inghilterra, Spagna, Stati Uniti), farebbe gola a qualsiasi importante brand volesse facilmente avere un contatto diretto con un altissimo numero di sportivi amatoriali già fidelizzati.
Innov'azione ha chiesto a Mirko Trasciatti, 33 anni, attualmente Ceo di Fubles di raccontare la sua esperienza imprenditoriale.
Come nasce Fubles?Quando é ancora uno studente di Ingegneria elettronica al Politecnico di Milano, Vito Zongoli, coach della squadra ufficiale di calcio della sua Università, si trova alle prese con il classico problema delle convocazioni, della verifica della disponibilità dei giocatori, della prenotazione del campo, ecc. , cioè con gli stessi problemi del giocatore amatoriale-tipo. Si rende conto che per organizzare una partita lo sforzo profuso è eccessivo e non commisurato ai risultati ottenuti: per esempio, un numero sufficiente di giocatori. Nell'aprile del 2006 inizia allora a realizzare una piccola piattaforma online, pensata per coinvolgere il proprio gruppo di amici nelle partite da lui organizzate; si trattava, in sostanza, di formare la distinta online con poche, ma rigide, regole d'ingaggio. La piattaforma è aperta e ben presto, nel 2007, attratti dal primo prototipo nonché dal fatto che ci fosse già una piccola comunità di circa 300 "calcettari" a cui attingere, a Vito si aggiungono altri utenti, anch'essi organizzatori di partite, fra cui io, mio fratello Nito, Fabio Cancaré, Giuseppe De Giorgi e Stefano Rodriguez. Non ci conoscevamo, ma tutti eravamo interessati o a utilizzare lo strumento o a realizzare ciascuno un "suo" Fubles. Io per esempio, laureato in economia, ero a caccia di un Fubles o di qualcuno che mi aiutasse a realizzare qualcosa di simile dal punto di vista tecnico dato che avevo già le mie idee di sviluppo commerciale e siccome Fubles nasce come sito di incontri, c'è voluto poco per entrare in contatto con Vito e con lui altri particolarmente abili nel mettere le mani sul codice. Per i primi sei mesi, vissuti in modo totalmente "informale", spinti da una grande passione e già presentendo l'alto potenziale del progetto, abbiamo allora iniziato a muoverci chi sul piano commerciale, chi sul piano del codice. E prima di stare a discutere di ruoli o formalizzazioni, siamo andati a verificare come Fubles avrebbe potuto funzionare, a vedere se il profilo di rischio si sarebbe ridotto. Gradualmente i rapporti si sono rafforzati e sono diventati un volano verso la costituzione formale della società.
Quando nel 2009 viene costituita Fubles Srl, cosa succede?Personalmente ho lasciato il mio lavoro in Buongiorno per dedicarmi totalmente alla nuova società e questo ha fatto sì che potessi presentare Fubles in prima persona ai partner commerciali, ma anche e soprattutto al mondo del venture capital e dei business angel. Poco dopo anche altre due persone hanno fatto una scelta netta, lasciando chi gli studi universitari, come Rodriguez, chi il lavoro presso l'incubatore del Politecnico di Milano, come Giuseppe De Giorgi e questa svolta è stata determinante per poter raccoglier il nostro primo round di finanziamento. Infatti, tra il 2009 e il 2010, Fubles è passato da circa mille iscritti a una community di 25mila sportivi, settemilc partite totali giocate in diverse città italiane (Milano, Bologna, Firenze, Bari, Roma, Torino, Taranto etc.) e 1.500 centri sportivi registrati.
Come vi siete presentati agli investitori?Il valore di Fubles è stato senz'altro la nostra consapevolezza iniziale di essere di fronte a una potenziale startup. Un po' perché avevamo tutti un'infarinatura della "cultura" e letteratura della Silicon Valley, un po' perché la startup di per sé nasce scalabile, mira ad acquistare terreno da tutti i punti di vista e questo è ciò che cerca il venture capital: non solo la buona idea, ma qualcosa che se decolla può rendere anche mille volte l'investimento iniziale e giustifica gli altri fallimenti. Da subito, quindi, ci siamo presentati così ai, di fatto pochi, venture capital italiani. Eravamo senz'altro un po' ingenui, ma anche ambiziosi e dopo avere ricevuto i primi no, abbiamo mirato a rafforzare alcuni elementi-chiave di giudizio dei venture: la verifica della convinzione del team; che il team sia in grado di portare avanti il progetto; se il mercato cui si rivolge esiste; se i numeri , anche se piccoli, iniziano a mostrare di essere promettenti. Quest'ultimo elemento corrisponde non solo alla crescita della startup, ma anche se i numeri sono "caldi" internamente: per esempio, per Fubles, se hai 100 iscritti, e ne giocano effettivamente 40, é compito del venture, supportato da noi, saper giudicare se il numero è o no impressionante.
Come si è evoluta la parte finanziaria di Fubles?All'inizio ognuno di noi ha messo cinquemila euro di tasca propria per sostenere i primi piccoli investimenti: materiali pubblicitari, prime uscite e... nessuno stipendio. Poi all'inizio del 2011 raccogliamo il primo round di finanziamento da una cordata di business angel messa insieme da noi, il più famoso dei quali è Elserino Piol che, avendo già visto almeno un'ottantina di startup, ha riconosciuto subito in Fubles alcuni tratti distintivi di un potenziale successo. Il suo investimento di 150mila euro ha favorito così l'ingresso di altri tre investitori fino al raggiungimento di un totale di 300mila euro: Marco Magnocavallo con Andrea Di Camillo, Gianandrea Cherubini, e il dirigente di Unicredit Carmine Giangiulio.
Come si è evoluto il vostro rapporto con i business angel?L'angel segue logiche diverse rispetto al venture, in termini di valutazione dell'investimento e pressione temporale. Nel decidere mette spesso a frutto una minore assimetria informativa rispetto al potenziale del prodotto, dato che di solito proviene da quel settore o ne è appassionato e ha, inoltre, l'ambizione di centrare un investimento al suo esordio perché farlo ha degli effetti sulla propria reputazione in questo settore. Può anche assicurare una qualche forma di controllo e guida ad alto livello ma in Fubles, tutto sommato, il ruolo degli angel è stato quello di infondere una certa organizzazione strategica e finanziaria, e talvolta di portare la propria esperienza per aiutare il team nei momenti critici.
Come sta andando Fubles?Noi siamo ogni giorno più appassionati e sono arrivati diversi riconoscimenti che ci stanno dando riscontri, soddisfazioni, serenità agli investitori e buone chance di raccogliere un ulteriore round di finanziamento che si aggira sul milione di euro. Apple Italia ci ha nominati nel 2011 la migliore applicazione per iPhone dell'anno, dopo Instagram e da poco Facebook ci ha inseriti nel Facebook Appcenter, scegliendoci insieme ad altre 600 applicazioni e nella categoria sport siamo settimi al mondo insieme a nomi come Nhl (National hockey league, ndr).
Qual è il modello di business?Fubles non inventa nulla, ma in un certo senso riporta in vita il vecchio modo di giocare a calcetto: andare nello stesso posto e ritagliarsi un posto in campo, come in oratorio. Però i modelli di comportamento oggi sono cambiati: si prenotano i campi e si pagano, ci sono orari più stringenti, ci sono strumenti utili che permettono di sincronizzarti online. Al pari di altri casi di startup di successo, come Instagram, anche per Fubles l'idea di base l'hanno avuta in tanti, ma il segreto e la differenza potrebbero essere nella qualità dell'esecuzione o nell'espediente con cui si è conquistato un intero territorio. Fubles risolve letteralmente un problema: che la gente non "gioca" tanto quanto vorrebbe e organizzare è compito abitualmente complesso e ingrato. Fubles, aiuta le persone a scendere in campo e questo succede nei centri sportivi: per questo Fubles entra in relazione con le strutture alle quali offre degli strumenti aggiuntivi per orientare o attrarre i nostri giocatori. Fra gli strumenti a disposizione, e questo per noi sarebbe stato difficile da immaginare all'inizio, i centri sportivi convenzionati hanno la possibilità di mettere loro stessi delle partite in calendario su Fubles e lasciare che la partita si riempia, per esempio con il "Gruppo Galli del Mattino" che va a giocare alle 8 del mattino.
Quali sono le altre fonti di revenue?Grandi marchi come Adidas o Redbull o Jeep hanno oggi molto interesse a realizzare iniziative di marketing live con la community di Fubles, perché siamo in grado di chiamare a raccolta e coinvolgere proprio il loro target di riferimento. Lanciare la nuova maglia del Milan organizzando un raduno di milanisti e giocando una amichevole con le vecchie glorie; giocare una partita a sorpresa con in campo Del Piero, sono tutte iniziative che forse solo Fubles è in grado di concretizzare. Inoltre Fubles, con l'introduzione dei sistemi di pagamento online, ha il potenziale per diventare un vero e proprio marketplace, cioè una sorta di piattaforma in cui tutti i partecipanti del mondo dello sport possono accedere per trarre dei vantaggi. Ora siamo concentrati su di una strategia, semplice, ma chiara: conquistare le città del calcio in Europa, facendo passare il messaggio che è così che si sta giocando il calcio adesso, un po' come Facebook che ha scelto per primi i college americani.
In questa fase il marketing prevale sull'aspetto tecnologico?Sì e no, perché un prodotto veloce, chiaro ed elegante è una barriera all'ingresso e quindi lavoriamo costantemente al suo perfezionamento. E' anche vero, poi, che quello che conta è avere partite, innescarle in nuove città e nuovi territori, e che il nome di Fubles resti alto e forte: 40mila partite giocate senza mai un arbitro, da italiani, è il marchio di fabbrica della nostra ricetta. Restare sulla cresta significa che se dovesse arrivare qualche nuovo attore, magari dalla Silicon Valley dove si aiutano e spalleggiano molto, dovrà fare i conti con Fubles.
Da subito avete guardato oltreconfine, come è nella natura dei social network?Sì, e poi questa è la caratteristica della nostra generazione: si pensa che qualcosa sia valido per tutto il mondo, consci che le startup sono per loro natura globali.
La vostra storia dimostra che anche l'Italia è cambiata e si avvicina al modello della SV?Oggi per realizzare un primo prototipo servono tecnologia, talento e qualità nell'esecuzione. Tutte cose che si trovano anche fuori dalla Silicon Valley dove forse costano persino di più. Di fatto la persistente differenza è quella della massa critica. Stiamo assistendo, tuttavia a una specie di accelerazione e sempre maggiore diffusione di un'etica,un modus operandi o meglio ragionandi che è tipico di questo ambito e che ci sta avvicinando alla mentalità d'oltreoceano.
Noi siamo partiti e siamo qui per alcuni casi fortuiti: primo perché abbiamo un prodotto che è quasi una ricetta italiana, le logiche degli ingaggi all'inizio erano del tutto contro-intuitive per un americano e non avrebbero potuto realizzarsi lì. E poi perché abbiamo potuto raffinare una ricetta un po' in sordina che possiamo esportare, con una sua identità italiana proprio come è successo al caffè espresso o al cappuccino, che non viene mai buono come quello fatto in Italia.
Lanciarsi in una startup è allora, in fondo, un'ottima opportunità, quali sono i cambiamenti che devono ancora avvenire e possono coinvolgere anche i quarantenni?
Provare a fare una startup dovrebbe essere visto sempre come un'opportunità di crescita anche in vista di un possibile fallimento. Tanto più nel nostro Paese dove il costo opportunità di una possibile mancata carriera in una grande azienda è ai minimi storici.
Oggi c'è una forte evoluzione del mondo delle startup, la cultura è condivisa e c'è molta più visibilità. In Italia, però siamo in pochi, molto meno di quanti dovremmo essere ed è quindi fondamentale diffondere questa cultura di impresa già fra i giovanissimi. L'ideale sarebbe poter assistere a uno straordinario caso di successo che alimenti l'intero ecosistema. Non credo che ciò possa avvenire con l'intervento diretto delle istituzioni e di soldi pubblici che spesso finiscono per essere"contaminanti". Di fatto, poi, non è mai troppo tardi per lanciare una startup, anzi, a 40 anni si potrebbe avere la giusta maturità e conoscenza di un determinato settore per lanciare un'idea dirompente. Di recente, per esempio, ho conosciuto due "ragazzi" di quarant'anni che hanno messo a punto una idea per la vela. Ho visto la nostra stessa incoscienza e determinazione ma anche tanta competenza
Una scelta che rifaresti?Mettere le mie sorti in mano al team che abbiamo formato.
Un errore che non rifaresti?Non averci provato prima, non avere avuto la giusta incoscienza per buttarsi subito.
Sei già pronto a essere un imprenditore seriale?Perché no. Il vantaggio che avrei è quello di sapere che il fare è a portata di mano, ed è spesso questione di lavoro al cerchio e alla botte oltre che di competenze e nozioni.