Rivista
logo_lobby

Rivista

Trieste Next è rimesso in ordine le opportunità derivanti dalla vicinanza tra impresa e ricerca e ha dato slancio a una delle nuove regioni d'Europa

trieste nextTrieste Next, Salone Europeo dell'Innovazione e della Ricerca Scientifica, ha rappresentato una tappa fondamentale nel percorso per la candidatura di "Venezia Nordest Capitale Europea della Cultura 2019", l'unico progetto italiano che partecipa alla candidatura con il coinvolgimento di un territorio – quello della Venice Region - così vasto.
Numerosi soggetti, raccolti attorno alla rivista Nordesteuropa, lavorano da alcuni anni per mettere in rete le eccellenze imprenditoriali, culturali, sociali, dell'innovazione e della ricerca scientifica appartenenti a quella nuova realtà metropolitana costituita dal Nordest, al fine di promuoverle e potenziarle in un momento storico difficile. Il capoluogo giuliano, con Trieste Next, richiama l'attenzione sulla peculiarità che oggi lo caratterizza nel nostro paese e in Europa: l'alta concentrazione di istituti di ricerca scientifica.

Trieste Next è nato con il preciso scopo di aiutare il mondo della ricerca, in primis i giovani ricercatori, a incontrare l'impresa e a mettersi in relazione soprattutto con la piccola e media impresa che, pur rappresentando la colonna portante dell'economia Italiana, da anni trova difficoltà a costruire collaborazioni virtuose fra questi "mondi". Innovazione e ricerca sono i due ingredienti essenziali alla crescita e allo sviluppo economico, soprattutto in questo momento nel quale le imprese devono essere in grado di competere attraverso forti innovazioni le quali sono prodotte dagli istituti scientifici. Senza un felice connubio tra questi due ambiti verrebbero meno molte opportunità per la qualificazione del territorio sia in termini di acquisizione delle competenze sia di crescita occupazionale.
La capacità di innovare è la chiave del successo delle nostre imprese e, di conseguenza, della possibilità di creare occupazione e benessere, ma solo il 17,8% delle aziende italiane che investe nell'innovazione (16,2% nel Nordest) collabora con Università o centri di ricerca. Cosa separa quindi gli innovatori da imprenditori, manager e professionisti potenzialmente interessati a diventare clienti delle loro scoperte?
Per ovviare a questo problema Fondazione Cuoa e Mib School of Management, le due business school del Nordest, hanno collaborato e proposto assieme "Nordest Technology Transfer", un progetto realizzato in partnership con Start Cube e Veneto Nanotech, e presentato il 29 settembre 2012 a Trieste Next di fronte a imprenditori come Franco Alzetta, direttore esecutivo Danieli, Elena Zambon, presidente Zambon, Diego Bravar, presidente Tbs Group, Giuseppe Surace, Ceo Telit Communications, Mirano Sancin, direttore generale di Kilometro Rosso e presidente del Centro di ricerca e sviluppo per la Meccatronica Intellimech.
"Nordest Technology Transfer" è una piattaforma ispirata al modello anglosassone, nata per promuovere l'incontro diretto tra domanda e offerta di innovazione e quindi ridurre la "troppa distanza" tra impresa e ricerca, "un supermercato delle innovazioni pronte all'uso". I ricercatori che sono intervenuti hanno avuto la possibilità di spiegare come la loro ricerca può migliorare la produzione di un'azienda.

Un tema essenziale che anima la candidatura di "Venezia Nordest Capitale della Cultura 2019" è il "fare rete". La manifestazione, promossa dal Comune di Trieste, dell'Università di Trieste e da Nordesteuropa Editore, si è costruita attraverso un sistema federativo che ha visto la partecipazione di 30 centri di ricerca, due Università, 60 associazioni e realtà del territorio.
Il Salone ha voluto connotarsi come "Europeo" per una serie di ragioni specifiche. Da una parte Trieste e il Nordest sono la porta d'accesso ai Paesi della nuova Europa e dell'area balcanica, dall'altra la dimensione nella quale si sviluppano le politiche a favore della ricerca è sempre più legata all'Unione Europea più che ai singoli stati. I maggiori finanziamenti in questo ambito provengono effettivamente da istituzioni comunitarie ed è quindi imprescindibile un rapporto con la dimensione europea.
Proprio per questo motivo sono intervenute, tra gli altri, Helga Nowotny, presidente del Consiglio Europeo della Ricerca, e Lidia Brito, direttore Division of Science Policy and Sustainable Development dell'Unesco, entrambe le relatrici hanno dato contributi di alto valore per spiegare e chiarire gli indirizzi e gli obiettivi europei nell'ambito dell'Innovazione.

Inoltre questo primo appuntamento di Trieste Next ha visto in particolare la collaborazione con i paesi dei Balcani, testimoniata anche dalla presenza di Neda Bokan (Vicerettore dell'Università di Belgrado) e di Danica Ramliak (direttore generale Ruder Boskovic Institute).
"Save the Food" (dove Save è anche acronimo di Sostenibilità, autenticità, varietà, esperienzialità) è stato il tema della prima edizione. Un argomento non esclusivo, ma che è stato protagonista di molti dibattiti, laboratori, tavole rotonde. La scelta tematica è legata anche al rapporto che si sta concretizzando con Expo 2015. Nei prossimi anni, infatti, Trieste Next anticiperà i grandi temi dell'esposizione universale di Milano: l'acqua nel 2013, il clima nel 2014.

Trieste è una città bellissima, ma al contempo isolata e pur essendo al centro di quella grande euroregione mitteleuropea che la rende nuovamente centrale dopo la caduta del muro di Berlino, essa si percepisce ed è percepita come città di confine. Trieste Next ha cercato di riportare il capoluogo giuliano al centro delle relazioni internazionali, ha voluto mettere il suo enorme patrimonio di idee, professionalità e competenze in campo scientifico a disposizione del Paese e, considerato il successo della manifestazione, questo si è impegnato a fare nei prossimi anni costruendo una collaborazione con Expo 2015 e candidando Trieste a diventare, assieme a Venezia, la capitale Europea della Cultura 2019.
Trieste si sta costruendo una nuova identità, il 28-29-30 settembre è stata la Città della Scienza. 

Numero 019

Tags: Europa | Internazionalizzazione | Investimenti | Parigi

L’Agenzia di Sviluppo, partner locale per sostenere le imprese italiane nel cuore dell’Europa

Immagine valdemarneL'internazionalizzazione rappresenta, oggi, una priorità ma soprattutto un'opportunità che le imprese italiane devono saper cogliere per resistere sul mercato globale, diversificandosi e crescendo in competitività.
Se da un lato l'abbattimento dei costi di trasporto e lo sviluppo delle telecomunicazioni ha garantito alle piccole e medie imprese l'opportunità d'indirizzare le proprie strategie verso nuovi mercati, dall'altro queste si trovano costantemente di fronte a numerose difficoltà. Le possibilità di cui imprese e attori economici dispongono sono oggi pressoché illimitate. Ma il sentimento che ne deriva è di instabilità e incertezza, condizione che porta a riformulare e riadattare continuamente scelte strategiche e politiche aziendali inseguendo i cambiamenti esterni, le opportunità e le minacce del caso, ricercando i maggiori benefici ai minori costi.

Le difficoltà legate all'elaborazione delle strategie d'internazionalizzazione derivano dall'estraneità e dall'inesperienza dell'impresa rispetto al nuovo contesto e ciò si riscontra soprattutto nel caso delle imprese più piccole, dotate di minori risorse da dedicare alla ricerca delle soluzioni ottimali. La scarsa conoscenza del mercato e della legislazione, per esempio, ma anche semplicemente la scarsa conoscenza della lingua, della cultura, delle consuetudini e dei comportamenti di quel territorio possono influenzare in maniera decisiva le performance dell'impresa.

Lo saprà bene chi si è avventurato in mercati lontani, tuttavia persino tra Italia e Francia, che sembrano tanto simili per la prossimità geografica e culturale, esistono differenze che possono in certi casi compromettere il buon esito di una transazione economica.

Secondo cliente dopo la Germania e terzo tra i Paesi fornitori, la Francia figura tra i principali partner commerciali del "bel Paese" e l'Île-de-France, la regione della capitale, è una delle mete preferite dagli investitori italiani. Con un mercato di 12 milioni di consumatori, 822mila imprese e 10 milioni di viaggiatori d'affari all'anno, la regione parigina è la terza location – la prima in Europa – per le 500 più grandi imprese del mondo.

Parigi - Val de Marne, una location privilegiata per gli investitori italiani
L'esperienza della Val-de-Marne, uno dei quattro dipartimenti del Grand Paris – l'agglomerazione metropolitana ed economica di Parigi – ci mostra come la creazione di un'istituzione locale possa aiutare le imprese nelle scelte d'investimento internazionali.

Nel 2003 il Consiglio Generale del dipartimento decise di dar vita a una struttura dedicata alla promozione del territorio e all'attrazione degli investimenti e oggi l'Agenzia di Sviluppo di Val-de-Marne è riconosciuta a livello internazionale per essere un punto di riferimento nella regione parigina, un interlocutore privilegiato tra le imprese e il territorio. La sua missione è valorizzare le potenzialità locali e mettere in relazione gli attori del territorio allo scopo di generare sinergie, innovazione e sviluppo economico, oltre a offrire nuove opportunità alle imprese.

Grazie all'esperienza maturata e ai network di imprese e istituzioni costruiti in un decennio di attività, l'Agenzia può vantare una profonda conoscenza del territorio, delle sue risorse e competenze. Queste preziose informazioni – che un'impresa da sola non saprebbe reperire – vengono messe a disposizione gratuitamente attraverso i servizi erogati dall'Agenzia.

Dotata di una governance unica nel suo genere, l'Agenzia di Sviluppo riunisce nel proprio direttivo rappresentanti di grandi imprese della Val-de-Marne (Pernod-Ricard, Euro Media France, L'Oréal, Sanofi-Aventis, Ricoh France, per citarne alcune) e istituzioni (tra cui figurano l'Università Paris Est e l'aeroporto di Parigi-Orly) con cui condivide obiettivi, strategie e risultati. Risultati che sono tutti in crescita: dalla sua creazione, l'Agenzia ha accolto nei suoi locali oltre cinquemila imprenditori, francesi e internazionali, e ha accompagnato circa 280 progetti di sviluppo nel dipartimento, tra cui più di 120 insediamenti di nuove imprese e oltre 45 di imprese straniere.
Decisamente sviluppata e significativa è la presenza italiana in Val-de-Marne, dove una forte comunità e una dinamica classe imprenditoriale promuovono da tempo la qualità del made in Italy.

L'Agenzia, che fin dalla sua creazione ha fatto dell'Italia uno dei quattro paesi-target della sua strategia internazionale, ha lanciato quest'anno il Club degli Ambasciatori Italiani di Val-de-Marne allo scopo di valorizzare la vitalità e le opportunità di scambio tra gli imprenditori italiani.

Nel 2012, ancora, anno decisivo per lo sviluppo delle relazioni con l'Italia, un importante accordo di partenariato è stato firmato tra l'Agenzia di Sviluppo e la Camera di Commercio Italiana di Parigi, con cui viene sancita la volontà delle due strutture di collaborare a favore dello sviluppo delle imprese italiane in Val-de-Marne.
Alle imprese che scelgono d'investire nella regione di Parigi - Val de Marne, l'Agenzia di Sviluppo offre una consulenza completamente gratuita e personalizzata per la realizzazione di progetti d'internazionalizzazione e d'insediamento. In particolare, servizi di domiciliazione e ricerca di siti di localizzazione per la creazione di uffici e filiali sul territorio, consulenza per il lancio di attività innovative, sostegno allo sviluppo di reti tra imprese e ricerca di partner commerciali e tecnologici. Quelli citati sono solo alcuni dei servizi che possono essere offerti, studiati appositamente per adattarsi alle esigenze di qualsiasi impresa che intenda espandersi sul mercato francese.
Numerose imprese italiane hanno già fatto affidamento sull'équipe internazionale dell'Agenzia e in particolare sul suo consulente italiano madrelingua, basato a Torino.
Sul sito internet valdemarne.com è possibile scoprire le filiere d'eccellenza presenti sul territorio – settore medico-sanitario, agri-food, eco-attività, settore informatico e digitale, servizi finanziari – e localizzare le imprese con la piattaforma l'Atlante dell'innovazione atlas.valdemarne.com.

Numero 019

Tags: Calcio | Social Network | Storie

La startup milanese ha sviluppato una piattaforma per organizzare partite di calcetto e ora è presente in quattro Paesi, conta quasi 180mila utenti e oltre ottomila centri sportivi

fubles-Foto del_TEAM_ridotta

La passione per il calcio, gli amici con cui giocare, il campo da prenotare e una piattaforma online che aiuti a organizzare le partite. Questa la semplice ricetta alla base di Fubles, startup tutta italiana nata nel 2006 come idea di Vito Zongoli e costituitasi in società nel 2009, con l'ingresso di Fabio Cancarè, Giuseppe De Giorgi, i fratelli Nico e Mirko Trasciatti e Stefano Rodriguez. Fubles.com è un social network che permette di organizzare e gestire partite di calcetto (e non solo) mettendo insieme giocatori, partite e centri sportivi di una determinata zona geografica. Consente, in sostanza, a chiunque di iscriversi gratuitamente e organizzare partite con i propri amici o partecipare a partite già pianificate e oggi per numero di utenti (178mila), partite giocate (35mila), centri sportivi nel network (ottomila), squadre iscritte (cinquemila) e paesi coinvolti (Italia, Inghilterra, Spagna, Stati Uniti), farebbe gola a qualsiasi importante brand volesse facilmente avere un contatto diretto con un altissimo numero di sportivi amatoriali già fidelizzati.
Innov'azione ha chiesto a Mirko Trasciatti, 33 anni, attualmente Ceo di Fubles di raccontare la sua esperienza imprenditoriale.

Come nasce Fubles?
Quando é ancora uno studente di Ingegneria elettronica al Politecnico di Milano, Vito Zongoli, coach della squadra ufficiale di calcio della sua Università, si trova alle prese con il classico problema delle convocazioni, della verifica della disponibilità dei giocatori, della prenotazione del campo, ecc. , cioè con gli stessi problemi del giocatore amatoriale-tipo. Si rende conto che per organizzare una partita lo sforzo profuso è eccessivo e non commisurato ai risultati ottenuti: per esempio, un numero sufficiente di giocatori. Nell'aprile del 2006 inizia allora a realizzare una piccola piattaforma online, pensata per coinvolgere il proprio gruppo di amici nelle partite da lui organizzate; si trattava, in sostanza, di formare la distinta online con poche, ma rigide, regole d'ingaggio. La piattaforma è aperta e ben presto, nel 2007, attratti dal primo prototipo nonché dal fatto che ci fosse già una piccola comunità di circa 300 "calcettari" a cui attingere, a Vito si aggiungono altri utenti, anch'essi organizzatori di partite, fra cui io, mio fratello Nito, Fabio Cancaré, Giuseppe De Giorgi e Stefano Rodriguez. Non ci conoscevamo, ma tutti eravamo interessati o a utilizzare lo strumento o a realizzare ciascuno un "suo" Fubles. Io per esempio, laureato in economia, ero a caccia di un Fubles o di qualcuno che mi aiutasse a realizzare qualcosa di simile dal punto di vista tecnico dato che avevo già le mie idee di sviluppo commerciale e siccome Fubles nasce come sito di incontri, c'è voluto poco per entrare in contatto con Vito e con lui altri particolarmente abili nel mettere le mani sul codice. Per i primi sei mesi, vissuti in modo totalmente "informale", spinti da una grande passione e già presentendo l'alto potenziale del progetto, abbiamo allora iniziato a muoverci chi sul piano commerciale, chi sul piano del codice. E prima di stare a discutere di ruoli o formalizzazioni, siamo andati a verificare come Fubles avrebbe potuto funzionare, a vedere se il profilo di rischio si sarebbe ridotto. Gradualmente i rapporti si sono rafforzati e sono diventati un volano verso la costituzione formale della società.

Quando nel 2009 viene costituita Fubles Srl, cosa succede?
Personalmente ho lasciato il mio lavoro in Buongiorno per dedicarmi totalmente alla nuova società e questo ha fatto sì che potessi presentare Fubles in prima persona ai partner commerciali, ma anche e soprattutto al mondo del venture capital e dei business angel. Poco dopo anche altre due persone hanno fatto una scelta netta, lasciando chi gli studi universitari, come Rodriguez, chi il lavoro presso l'incubatore del Politecnico di Milano, come Giuseppe De Giorgi e questa svolta è stata determinante per poter raccoglier il nostro primo round di finanziamento. Infatti, tra il 2009 e il 2010, Fubles è passato da circa mille iscritti a una community di 25mila sportivi, settemilc partite totali giocate in diverse città italiane (Milano, Bologna, Firenze, Bari, Roma, Torino, Taranto etc.) e 1.500 centri sportivi registrati.

Come vi siete presentati agli investitori?
Il valore di Fubles è stato senz'altro la nostra consapevolezza iniziale di essere di fronte a una potenziale startup. Un po' perché avevamo tutti un'infarinatura della "cultura" e letteratura della Silicon Valley, un po' perché la startup di per sé nasce scalabile, mira ad acquistare terreno da tutti i punti di vista e questo è ciò che cerca il venture capital: non solo la buona idea, ma qualcosa che se decolla può rendere anche mille volte l'investimento iniziale e giustifica gli altri fallimenti. Da subito, quindi, ci siamo presentati così ai, di fatto pochi, venture capital italiani. Eravamo senz'altro un po' ingenui, ma anche ambiziosi e dopo avere ricevuto i primi no, abbiamo mirato a rafforzare alcuni elementi-chiave di giudizio dei venture: la verifica della convinzione del team; che il team sia in grado di portare avanti il progetto; se il mercato cui si rivolge esiste; se i numeri , anche se piccoli, iniziano a mostrare di essere promettenti. Quest'ultimo elemento corrisponde non solo alla crescita della startup, ma anche se i numeri sono "caldi" internamente: per esempio, per Fubles, se hai 100 iscritti, e ne giocano effettivamente 40, é compito del venture, supportato da noi, saper giudicare se il numero è o no impressionante.

Come si è evoluta la parte finanziaria di Fubles?
All'inizio ognuno di noi ha messo cinquemila euro di tasca propria per sostenere i primi piccoli investimenti: materiali pubblicitari, prime uscite e... nessuno stipendio. Poi all'inizio del 2011 raccogliamo il primo round di finanziamento da una cordata di business angel messa insieme da noi, il più famoso dei quali è Elserino Piol che, avendo già visto almeno un'ottantina di startup, ha riconosciuto subito in Fubles alcuni tratti distintivi di un potenziale successo. Il suo investimento di 150mila euro ha favorito così l'ingresso di altri tre investitori fino al raggiungimento di un totale di 300mila euro: Marco Magnocavallo con Andrea Di Camillo, Gianandrea Cherubini, e il dirigente di Unicredit Carmine Giangiulio.

Come si è evoluto il vostro rapporto con i business angel?
L'angel segue logiche diverse rispetto al venture, in termini di valutazione dell'investimento e pressione temporale. Nel decidere mette spesso a frutto una minore assimetria informativa rispetto al potenziale del prodotto, dato che di solito proviene da quel settore o ne è appassionato e ha, inoltre, l'ambizione di centrare un investimento al suo esordio perché farlo ha degli effetti sulla propria reputazione in questo settore. Può anche assicurare una qualche forma di controllo e guida ad alto livello ma in Fubles, tutto sommato, il ruolo degli angel è stato quello di infondere una certa organizzazione strategica e finanziaria, e talvolta di portare la propria esperienza per aiutare il team nei momenti critici.

Come sta andando Fubles?
Noi siamo ogni giorno più appassionati e sono arrivati diversi riconoscimenti che ci stanno dando riscontri, soddisfazioni, serenità agli investitori e buone chance di raccogliere un ulteriore round di finanziamento che si aggira sul milione di euro. Apple Italia ci ha nominati nel 2011 la migliore applicazione per iPhone dell'anno, dopo Instagram e da poco Facebook ci ha inseriti nel Facebook Appcenter, scegliendoci insieme ad altre 600 applicazioni e nella categoria sport siamo settimi al mondo insieme a nomi come Nhl (National hockey league, ndr).

Qual è il modello di business?
Fubles non inventa nulla, ma in un certo senso riporta in vita il vecchio modo di giocare a calcetto: andare nello stesso posto e ritagliarsi un posto in campo, come in oratorio. Però i modelli di comportamento oggi sono cambiati: si prenotano i campi e si pagano, ci sono orari più stringenti, ci sono strumenti utili che permettono di sincronizzarti online. Al pari di altri casi di startup di successo, come Instagram, anche per Fubles l'idea di base l'hanno avuta in tanti, ma il segreto e la differenza potrebbero essere nella qualità dell'esecuzione o nell'espediente con cui si è conquistato un intero territorio. Fubles risolve letteralmente un problema: che la gente non "gioca" tanto quanto vorrebbe e organizzare è compito abitualmente complesso e ingrato. Fubles, aiuta le persone a scendere in campo e questo succede nei centri sportivi: per questo Fubles entra in relazione con le strutture alle quali offre degli strumenti aggiuntivi per orientare o attrarre i nostri giocatori. Fra gli strumenti a disposizione, e questo per noi sarebbe stato difficile da immaginare all'inizio, i centri sportivi convenzionati hanno la possibilità di mettere loro stessi delle partite in calendario su Fubles e lasciare che la partita si riempia, per esempio con il "Gruppo Galli del Mattino" che va a giocare alle 8 del mattino.

Quali sono le altre fonti di revenue?
Grandi marchi come Adidas o Redbull o Jeep hanno oggi molto interesse a realizzare iniziative di marketing live con la community di Fubles, perché siamo in grado di chiamare a raccolta e coinvolgere proprio il loro target di riferimento. Lanciare la nuova maglia del Milan organizzando un raduno di milanisti e giocando una amichevole con le vecchie glorie; giocare una partita a sorpresa con in campo Del Piero, sono tutte iniziative che forse solo Fubles è in grado di concretizzare. Inoltre Fubles, con l'introduzione dei sistemi di pagamento online, ha il potenziale per diventare un vero e proprio marketplace, cioè una sorta di piattaforma in cui tutti i partecipanti del mondo dello sport possono accedere per trarre dei vantaggi. Ora siamo concentrati su di una strategia, semplice, ma chiara: conquistare le città del calcio in Europa, facendo passare il messaggio che è così che si sta giocando il calcio adesso, un po' come Facebook che ha scelto per primi i college americani.

In questa fase il marketing prevale sull'aspetto tecnologico?
Sì e no, perché un prodotto veloce, chiaro ed elegante è una barriera all'ingresso e quindi lavoriamo costantemente al suo perfezionamento. E' anche vero, poi, che quello che conta è avere partite, innescarle in nuove città e nuovi territori, e che il nome di Fubles resti alto e forte: 40mila partite giocate senza mai un arbitro, da italiani, è il marchio di fabbrica della nostra ricetta. Restare sulla cresta significa che se dovesse arrivare qualche nuovo attore, magari dalla Silicon Valley dove si aiutano e spalleggiano molto, dovrà fare i conti con Fubles.

Da subito avete guardato oltreconfine, come è nella natura dei social network?
Sì, e poi questa è la caratteristica della nostra generazione: si pensa che qualcosa sia valido per tutto il mondo, consci che le startup sono per loro natura globali.

La vostra storia dimostra che anche l'Italia è cambiata e si avvicina al modello della SV?
Oggi per realizzare un primo prototipo servono tecnologia, talento e qualità nell'esecuzione. Tutte cose che si trovano anche fuori dalla Silicon Valley dove forse costano persino di più. Di fatto la persistente differenza è quella della massa critica. Stiamo assistendo, tuttavia a una specie di accelerazione e sempre maggiore diffusione di un'etica,un modus operandi o meglio ragionandi che è tipico di questo ambito e che ci sta avvicinando alla mentalità d'oltreoceano.
Noi siamo partiti e siamo qui per alcuni casi fortuiti: primo perché abbiamo un prodotto che è quasi una ricetta italiana, le logiche degli ingaggi all'inizio erano del tutto contro-intuitive per un americano e non avrebbero potuto realizzarsi lì. E poi perché abbiamo potuto raffinare una ricetta un po' in sordina che possiamo esportare, con una sua identità italiana proprio come è successo al caffè espresso o al cappuccino, che non viene mai buono come quello fatto in Italia.
Lanciarsi in una startup è allora, in fondo, un'ottima opportunità, quali sono i cambiamenti che devono ancora avvenire e possono coinvolgere anche i quarantenni?
Provare a fare una startup dovrebbe essere visto sempre come un'opportunità di crescita anche in vista di un possibile fallimento. Tanto più nel nostro Paese dove il costo opportunità di una possibile mancata carriera in una grande azienda è ai minimi storici.
Oggi c'è una forte evoluzione del mondo delle startup, la cultura è condivisa e c'è molta più visibilità. In Italia, però siamo in pochi, molto meno di quanti dovremmo essere ed è quindi fondamentale diffondere questa cultura di impresa già fra i giovanissimi. L'ideale sarebbe poter assistere a uno straordinario caso di successo che alimenti l'intero ecosistema. Non credo che ciò possa avvenire con l'intervento diretto delle istituzioni e di soldi pubblici che spesso finiscono per essere"contaminanti". Di fatto, poi, non è mai troppo tardi per lanciare una startup, anzi, a 40 anni si potrebbe avere la giusta maturità e conoscenza di un determinato settore per lanciare un'idea dirompente. Di recente, per esempio, ho conosciuto due "ragazzi" di quarant'anni che hanno messo a punto una idea per la vela. Ho visto la nostra stessa incoscienza e determinazione ma anche tanta competenza

Una scelta che rifaresti?
Mettere le mie sorti in mano al team che abbiamo formato.

Un errore che non rifaresti?
Non averci provato prima, non avere avuto la giusta incoscienza per buttarsi subito.

Sei già pronto a essere un imprenditore seriale?
Perché no. Il vantaggio che avrei è quello di sapere che il fare è a portata di mano, ed è spesso questione di lavoro al cerchio e alla botte oltre che di competenze e nozioni.

Numero 019

Altri articoli...

Pagina 3 di 99

3